lunedì 14 marzo 2016

I CARRI ARMATI ITALIANI "M 14/41"

I CARRI ARMATI ITALIANI

Il Carro armato M14/41

Storia

Il carro M14/41 rappresenta l'evoluzione del M13/40. È nato nel 1941 per correggere lacune del predecessore soprattutto nel settore del propulsore, venne prodotto in 695 esemplari (ai quali si aggiungono 34 Centro Radio). Oltre alle varie versioni speciali, dal suo scafo sono stati derivati i semoventi da 75/18, che bene fecero soprattutto in Africa Settentrionale.
Il primo reparto a ricevere il carro fu il X Battaglione della 133ª Divisione corazzata "Littorio", poi passato al 132º Reggimento Fanteria Carrista Divisione Ariete, seguito dal IV, al XII ed al LI Battaglione del 133º Reggimento Fanteria Carrista sempre della Littorio. Fu assegnato inoltre al XIV ed al XVII Battaglione del 31º Reggimento Fanteria Carrista della Centauro; al XV della 1ª Divisione fanteria "Superga". Queste unità ed i loro carri combatterono fino alla fine tutte le battaglie della guerra in Africa Settentrionale, tranne il XII Battaglione della Littorio, che fu colato a picco con i suoi M14/41 durante la traversata del Canale di Sicilia, dalle due battaglie di El Alamein, alla difesa della Linea del Mareth, dalla vittoriosa battaglia di Gebel bou Kournine contro gli inglesi del 25 aprile 1943 con il Raggruppamento Piscitelli fino all'ultimo scontro tra blindati della guerra in Africa, l'8 maggio 1943[1]. In patria venne assegnato al XVIII Battaglione ed al XVI Battaglione Misto, di stanza in Sardegna.
In conseguenza dell'Armistizio di Cassibile, mentre altri carri italiani e soprattutto i semoventi venivano reimpiegati dai tedeschi, l'M14/41 fu utilizzato dalla Wehrmacht in un solo esemplare, designato PzKpfw M14/41 736(i). Fu impiegato più ampiamente invece dall'Esercito Nazionale Repubblicano, soprattutto nella lotta anti-partigiana. L'M14/41 sostenne l'ultimo combattimento della guerra il 26 aprile 1945, quando 2 carri e 2 semoventi L40 del Gruppo Carri "M" Leonessa, al comando del sottotenente Arnaldo Rinetti, tennero in scacco per 3 ore i carri americani alle porte di Piacenza.

Tecnica

Il carro è pressoché identico al suo predecessore M13/40, sia nella meccanica che nell'armamento. L'armamento consisteva in un cannone 47/32 Mod. 1935 in torretta e una mitragliatrice Breda Mod. 38 coassiale in torretta, due Breda binate in casamatta ed una quarta Breda installabile sul tetto della torretta in funzione anti-aerea. Lo scafo differiva per la forma della casamatta delle mitragliatrici binate, per i copricingoli estesi per tutta la lunghezza del carro e per la presenza sul lato destro delle rastrelliere porta-tanica. Inoltre il martinetto di sollevamento era fissato posteriormente, a sinistra del ruotino di rotolamento di scorta. La ragion d'essere di questo carro rispetto al predecessore è il nuovo più potente motore diesel, un Fiat-SPA 15T a 8 cilindri a V da 11980 cm³ raffreddato ad acqua, erogante 145 hp di potenza a 1900 giri/minuto. Il nuovo motore comportò nuove griglie del radiatore, con alette orientate parallelamente all'asse maggiore del carro, una delle poche differenze esteriori tra i due carri[2]. Venne introdotta una leva caccia-fango per la ruota motrice ed altri miglioramenti riguardarono l'impianto elettrico.

Versioni specializzate

  • M14/41 Centro Radio: oltre alla radio Magneti Marelli RF1 CA standard, era dotato di una RF2 CA. Le antenne erano montate sul lato sinistro dello scafo e, tramite una manopola, era possibile abbatterle dall'interno della camera di combattimento per permettere la rotazione della torretta su quel lato. Furono prodotti 34 esemplari di M14/41CR, che erano distribuiti in ragione di due mezzi per ogni comando di Battaglione. Dopo l'armistizio fu utilizzato dai tedeschi e ribattezzatoPz Bef Wg M41 771(i)
  • Carro Comando Semoventi M41: è una variante ottenuta per eliminazione della torretta dell'M14/41; l'anello della torretta è chiuso da un portello in quattro elementi. L'armamento è costituito da una Breda Mod. 31 da 13,2 mm in casamatta su supporto sferico al posto delle mitragliatrici binate, oltre alla solita Breda Mod. 38 per il tiro contraereo installabile sul tetto dello scafo. La dotazione era completata dalle due radio RF1 CA e RF3 M2. Questo carro comando, come gli analoghi M40 ed M42 rispettivamente su scafo M13/40 e M15/42, erano assegnati ai Gruppi semoventi, in ragione di due per il reparto comando, uno ciascuno per le due batterie semoventi ed uno di riserva.[3]. I mezzi di preda bellica immessi in servizio dalla Wehrmacht furono ribattezzati Panzerbefehlswagen M41 771(i)



CARATTERISTICHE TECNICHE

Carro armato M14/41
M14-41.JPG
Descrizione
Tipocarro armato medio
Equipaggio4 (capocarro/cannoniere, servente, mitragliere, pilota)
CostruttoreAnsaldo
Data entrata in servizioluglio 1941
Utilizzatore principaleRegio Esercito
Esemplari752
Sviluppato dalM13/40
Altre variantiM14/41 Centro Radio
M41 Carro Comando
Dimensioni e peso
Lunghezza4,91 m
Larghezza2,28 m
Altezza2,37 m
Peso14,51 t
Capacità combustibile180 l
Propulsione e tecnica
MotoreFiat SPA 15T M.41 diesel, 8 cilindri a V, 11980 cm³
Potenza145 hp
Rapporto peso/potenza9,99 hp/t
Trazionecingoli
Sospensionimolle elicoidali
Prestazioni
Velocità su strada35, km/h
Velocità fuori strada15,6 km/h
Autonomia200 km su strada, 120 km fuori strada
Armamento e corazzatura
Apparati di tiroOttica San Giorgio da 1,25x30°
Armamento primario1 x cannone da 47/32 Mod. 39 con 87 colpi
Armamento secondario3-4 x mitragliatriciBreda cal. 8 mm con 2592 colpi
Corazzaturada 15 a 42 mm
Nicola Pignato, I mezzi blindo-corazzati italiani 1923-194

I PILOTI DELLA REGIA AERONAUTICA ”Adriano Visconti“

I PILOTI DELLA REGIA AERONAUTICA

”Adriano Visconti“


La storia di Adriano Visconti, nasce oltre i confini Italiani ed esattamente nasce proprio dal colonialismo Italiano che nei primi anni del novecento si trovarono ad occupare parte del nord Africa, fino alla Somalia ed Eritrea, tutto questo sulla scia di ciò che stava accadendo in Europa in quegli anni, con la Gran Bretagna in testa, anche Francia e Germania cercavano di mettere le mani su territori considerati di libera conquista infischiandosene dei legittimi proprietari o abitanti.
Questo colonialismo, fu in parte giustificato proprio dalle condizioni degli abitanti di quei luoghi, per lo più indigeni, divisi in tribù con un basso senso della nazionalità.
Quindi, anche l’Italia si sentì, in qualche modo, autorizzata a questa corsa verso la conquista di nuovi possedimenti, anche se per lo più si trattava di terre brulle e con basso valore economico/commerciale, tanto basso da chiedersi cosa erano andati a fare proprio in quei posti, ma si sa, la Gran Bretagna, prima fra tutti, era presente con colonie oltre confine e quindi si rendeva necessario che anche l’Italia ne possedesse alcune, anche se gli Inglesi, molto più furbi, si erano assicurati colonie molto più redditizie a partire dall’Egitto, controllando il canale di Suez e con esso tutto il traffico navale che ne conseguiva, da tenere presente che l’importanza strategica di Suez era dettata anche dal fatto che gli Inglesi avevano come colonia anche l’India e quindi si rendeva necessario per il traffico marittimo assicurarsi un passaggio verso il Mediterraneo, dall’Oceano Indiano, senza fare il periplo dell’intera Africa doppiando capo di Buona Speranza in Sudafrica.
La maggior concentrazione Italiana, invece, fu presente in Libia, zona pressoché desertica e di scarso valore economico, questo perché il suo enorme valore era nel sottosuolo ed a quell’epoca l’ultima cosa a cui avrebbero pensato era proprio scavare sotto terra ed estrarre il petrolio, ne avrebbero trovato in enorme quantità. Comunque, proprio sulla scia del colonialismo, molti Italiani si trasferirono oltre i confini Italiani, anche la famiglia Visconti si trasferì e prese residenza in Libia, a Tripoli, e proprio a Tripoli Galeazzo Visconti e Cecilia Dall’Aglio diedero vita l’11 di Novembre del 1915 ad Adriano Visconti. Cresciuto sotto lo spirito colonialistico dell’epoca, Adriano, frequentò le scuole proprio a Tripoli e si distinse sempre per il suo attaccamento alla patria Italiana, proprio per il fatto di non essere direttamente in Italia e in Italia in quel periodo c’era il fascismo, quindi si sentiva un gran fermento nell’aria, Italo Balbo con le grandi traversate Mediterranee prima e Atlantiche poi, portò alla ribalta mondiale l’Italia. Nel 1935 Italo Balbo fu nominato da Mussolini Governatore della Libia, sostituendo il Generale Badoglio, anni in cui Adriano Visconti terminava gli studi liceali. Balbo non prese bene questa nomina, ma fu la diretta conseguenza dei suoi successi in campo estero e dei buoni rapporti che intratteneva sia con gli Stati Uniti che con altri stati Europei, forse Mussolini temeva ed a ragione, di essere messo in ombra proprio da Italo Balbo.
La Libia in quel periodo era divisa in due regioni, la Tripolitania e la Cireanica, Balbo si adoperò per unificarle e raggiunse accordi con gli stati confinanti, la Tunisia e l’Egitto controllati rispettivamente dalla Francia e dall’Inghilterra e questo non fece che aumentare il dissenso di Mussolini.
Lo spirito nazionalistico Italiano dell’epoca, finì per coinvolgere anche Adriano Visconti, tanto che si iscrisse all’accademia militare di Caserta. La vita militare all’interno dell’accademia mise a dura prova Visconti, un giovanotto dal temperamento forte e con un profondo senso della giustizia, non sempre contemplato nella vita militare, ciò nonostante, terminata l’accademia rientrò in Libia nel 1939 facendo parte del 50° stormo. Con l’entrata in guerra dell’Italia, Visconti iniziò a prendere parte alle ostilità, prima con gli assaltatori Breda Ba-65 e poi passò ai caccia Macchi 200, con continui impegni di scorta ai bombardieri in missione su Malta. Molti furono gli scontri con gli aerei da caccia Inglesi presenti sul Mediterraneo e spesso lanciati dalle portaerei Inglesi. Le missioni a cui Visconti era chiamato a partecipare, lo vedevano spesso impegnato in voli di ricognizione fotografica, scorte a convogli navali oltre alle missioni su l’isola di Malta. I caccia MC-200 non considerati più idonei al servizio di caccia, furono modificati con l’impiego di piloni subalari per trasformarlo in cacciabombardiere e Visconti iniziò anche missioni di bombardamento.
La pressione su Malta, da parte degli Italiani, ben presto diminuì e gli Inglesi poterono trasferire sull’isola una gran quantità di aerei, riuscendo a difendere con più facilità l’isola ed i convogli in transito nel canale di Sicilia. La campagna di Malta e del Mediterraneo durò fino a tutto il 1942, i piloti Italiani che fino a quel momento si erano battuti sui caccia MC-200 e Fiat CR-42 iniziavano ad essere messi in seria difficoltà dai più efficienti Hawker Hurricane e Spitfire, con i pochi MC-202 per lo più equipaggiati per rilievi fotografici, erano stati scelti proprio i 202 per questo tipo di ricognizione, per il motivo che poteva trarsi di impaccio molto rapidamente e poi poteva affrontare ad armi pari i caccia Inglesi, infatti fu proprio su questo tipo di velivolo che Visconti ottenne i suoi primi successi nei voli per rilievi fotografici, in un volo di ricognizione fotografica intercettò un paio di Bristol Blenheim in procinto di attaccare del naviglio Italiano, l’attacco ebbe successo ed un Cacciabombardiere Inglese precipitò in fiamme e l’altro fu seriamente danneggiato in seguito al mitragliamento da parte di Visconti, le navi Italiane, grazie all’intervento di Visconti riuscirono a non riportare danni. Proprio per le deficienze croniche degli MC-200 e CR-42, il 7° gruppo fu richiamato in Italia per essere inviato Torino Caselle a ritirare dei nuovi Macchi 202, in modo da riorganizzare il 7°, oltre ai 202 furono assegnati anche nuovi rimpiazzi, giovani piloti appena usciti dall’accademia e quindi si rendeva necessario un addestramento specifico sui 202. Il comando della 76° squadriglia, fino a quel momento del Capitano Calisti, passò a Visconti con cambio di nomina da Tenente a Capitano, il Capitano Calisti fu inviato al 1° stormo riorganizzato con il nuovissimi caccia Macchi MC-205 Veltro. Lasciato Torino Caselle, il 7° gruppo si trasferì in Tunisia. Con i 202, i piloti Italiani ebbero modo di affrontare i caccia Inglesi ad armi pari, negli scontri che susseguirono, sia Visconti che i piloti della sua squadriglia ebbero la meglio su molti caccia Inglesi, ben presto, agli Inglesi si aggiunsero anche gli Americani, dotati dei bimotore P-38 Lightning, i quali in numerose formazioni attaccarono a più riprese le formazioni Italiane, in special modo venivano attaccati i trimotori S.M. 82 da trasporto, con a bordo i rifornimenti di carburante e personale, in questi attacchi, purtroppo i trimotori erano per lo più scortati dai Macchi 200, ed i P-38 avevano vita facile abbattendo gran parte degli aerei Italiani. La sorte della guerra in Africa settentrionale sembrava ormai segnata a favore degli alleati, sia i Tedeschi che gli Italiani erano ormai in ritirata e gli aeroporti, presi di mira dai velivoli alleati, non erano più utilizzabili, inoltre i velivoli in condizione di volare erano rimasti molto pochi, il 54° stormo contava poco più di una decina di MC-202 di cui la metà del 7° stormo. I preparativi per il rientro in Italia dalla Tunisia erano imminenti, il mese di Maggio del 1943 vide la fine dell’avventura Italiana e delle sue colonie, il personale di terra ed i piloti non avrebbero trovato posto sui pochi velivoli rimasti, quindi, furono scelti i piloti che si erano distinti maggiormente in battaglia e fu anche proposto di sottrarre alla prigionia gli avieri specializzati che avrebbero potuto trovare posto nei caccia decollando in due per ogni velivolo, con il pilota seduto sulle gambe del passeggero, purtroppo questo intento di salvare più uomini possibili non fu accolto dal comando, il quale stupidamente, aveva deciso di attenersi strettamente agli ordini ricevuti. A tutto il resto del personale fu dato ordine di cercare in ogni modo di sottrarsi alla prigionia. Preparati gli aerei per la partenza, i piloti decisero all’ultimo momento di imbarcare a bordo un passeggero ciascuno, i velivoli decollarono alla volta della Sicilia, cercando di atterrare a Catania, Sciacca e Castelvetrano, ma era imperativo fare scalo a Pantelleria e rifornirsi e ripartire per la Sicilia, anche i Tedeschi cercavano alla meglio di riparare in Sicilia e riuscirono ad alloggiare fino a quattro persone all’interno dei caccia Bf. 109, smontando vari pezzi e pannelli, il personale specializzato era molto prezioso e quindi il comando Tedesco diede ordine di salvarne il più possibile. Adriano Visconti partì per ultimo, essendo il suo velivolo danneggiato e quindi gli specialisti lavorarono alacremente per permettere al Capitano Visconti di lasciare l’Africa Settentrionale, in quel momento si concludeva definitivamente il connubio Visconti/Libia, non era esattamente come avrebbe voluto, gli eventi della Guerra non permisero altre alternative ed a una persona con un profondo senso dell’onore, come Visconti, questa fuga bruciava molto più di mille sconfitte in altrettanti combattimenti in volo. Una volta in Sicilia, Visconti fu assegnato al 150° Gruppo e gli fu dato il comando della 310° squadriglia con compiti sia di caccia che di ricognizione fotografica e questo perché Visconti aveva già dato prova nel 1942 di missioni simili. Per questo compito furono affidati a Visconti ed ai suoi gregari di squadriglia i nuovi caccia Macchi 205 Veltro, per l’occasione furono fatte numerose modifiche, furono tolti i serbatoi alle spalle del pilota e sostituito l’impianto radio, fu installato un apparecchio fotografico del peso di quasi cento chili di tipo Zaiss, fu modificata la parte inferiore della fusoliera per permettere le riprese fotografiche e tutto l’impianto fotografico era debitamente riscaldato per evitare problemi di inceppamento date le bassissime temperature che si trovavano a 10.000 metri di altezza, la pellicola impiegata era di dimensioni 300X300 mm in rotolo, inoltre, per mantenere un’autonomia accettabile, l’aereo fu provvisto di serbatoi supplementari subalari. La Squadriglia fu trasferita all’aeroporto di Decimomannu in Sardegna e con tre velivoli appositamente attrezzati per rilievi fotografici, Visconti iniziò le missioni sul canale di Sicilia, Tunisia e Algeria, questo per monitorare il grande fermento che gli alleati stavano compiendo in quelle zone, compreso lo sbarco in Sicilia. Nonostante che il 25 Luglio del 43′ l’Italia firmò l’armistizio con la destituzione di Mussolini e la nomina di Badoglio a capo del governo, Visconti continuava a seguire gli ordini che gli arrivavano dai suoi superiori e quindi continuò a combattere contro gli alleati, questo per lui significava rimanere fedele al giuramento fatto appena entrato in Aeronautica verso il governo di allora, quello di Mussolini, la sua idea politica e militare era stata forgiata nel periodo fascista e non conosceva altra strada che seguire quella intrapresa all’inizio della sua carriera e molti anni prima, quando era ragazzo, gli ideali nei quali credeva erano quelli del Re e del fascio, non poteva di punto in bianco ribaltare tutte le sue convinzioni, tutto quello in cui aveva creduto fino adesso, non poteva dire è finita abbiamo sbagliato tutto, ha creduto fino in fondo in quello che faceva ed era giusto così e adesso? Non si può cambiare bandiera, se la strada intrapresa da Visconti adesso era irta di pericoli, se adesso gli alleati avanzavano ogni giorno di più, non era una buona ragione per tirarsi indietro, quando la nave affonda, si dice che i topi scappano, ma Adriano Visconti non era un topo, lui non scappava, per lui quello che era buono ieri era buono anche oggi. La caparbietà e il senso dell’onore inteso come, quando si sceglie una strada la si deve percorrere fino in fondo, erano profondamente radicati in Visconti, lui non accetterà mai compromessi, per lui non esisteranno le sfumature di grigio, per lui ci sarà solo il bianco ed il nero! Purtroppo per Visconti, non sempre è così, a volte è saggio ritornare sui propri passi e riflettere su cosa si sta facendo, i tempi mutano e con essi anche le idee, inoltre Visconti, non avrebbe avuto niente di cui doversi scusare o farsi perdonare, lui era un combattente ed eseguiva gli ordini e non politico od un gerarca fascista, ai quali si potevano imputare gravi responsabilità.
Fu proprio questo profondo senso del dovere e riconoscenza verso lo stato fascista, che Visconti continuò a combattere come aveva sempre fatto. Iniziò così a fare missioni di ricognizione fotografica, partendo dalla Sardegna in poco più di 30 minuti erano già sulla Tunisia, quindi un volo abbastanza breve, le missioni si susseguirono in modo di poter raccogliere più materiale possibile per formare le carte che indicavano la presenza degli alleati, sorvolando Cartagine si poteva osservare la presenza di un nutrito naviglio e subito dopo, sopra l’aeroporto che conoscevano bene, quello di El Alouina dove gli Italiani avevano stazionato a lungo; c’era da sforzarsi per riconoscerlo, da 10.000 metri non sembrava più neanche la base dove tante volte erano partiti per svolgere missioni sul Mediterraneo, gli aerei che si potevano osservare in questo frangente, parcheggiati, erano un’infinità, più che un aeroporto di guerra sembrava una grande manifestazione aerea, impressionante la grande quantità di aerei presenti, volare sopra la base, adesso Americana, non presentava pericoli, ormai gli Americani consideravano lo spazio aereo completamente conquistato e quindi non si aspettavano nessun intruso e probabilmente quelli sarebbero stati, comunque gli ultimi voli degli Italiani su quei cieli. In una missione di questo tipo, dopo aver scattato le fotografie, il Sergente Laiolo si diresse verso Biserta ed il porto presentava una gran quantità di navi e mezzi da sbarco di ogni tipo, li però, Laiolo venne accolto dalle cannonate della contraerea, continuò a scattare le foto e poi diresse nuovamente verso la Sardegna, ma notò che di colpo la contraerea smise di sparare, tutte quelle nuvolette bianche svanirono improvvisamente, poteva sembrare un buon segno e invece non lo era, guardandosi attorno più volte, alla fine riuscì a scorgere un gruppo di caccia che andavano esattamente verso la sua direzione, dei puntini che man mano che scorrevano i secondi diventavano sempre più grandi prendendo le sembianze proprio di caccia. I 10.000 metri a cui volava gli furono subito di aiuto, tutta manetta ed il Veltro leggermente a picchiare, bastarono pochi secondi per leggere nell’anemometro 700 Km/h, in un baleno era sul canale di Sicilia e gli inseguitori non riuscivano a guadagnare neanche un metro, in aperto mare decisero di rinunciare all’inseguimento ed il motore del Veltro poté finalmente trarre un po’ di respiro, con il motore a mezza manetta Laiolo raggiunse le coste della Sardegna e subito dopo prese terra alla base di Decimomannu, mentre Visconti lo aspettava assieme ad altri compagni. Con l’8 Settembre, venne ufficializzata la posizione del governo Italiano, era l’armistizio! Visconti, a capo di una sezione che dipendeva direttamente dallo Stato Maggiore vista la segretezza delle ricognizioni che effettuavano, cercò di avere degli ordini, ma invano, da Roma giungevano solo poche e frammentarie notizie, inoltre alla base dove si trovava Visconti, il personale iniziava a defilarsi e molte postazioni rimanevano vuote, da considerare che proprio in quel periodo Visconti ed altri piloti sarebbero dovuti rientrare a Roma in licenza per via del termine dei turni svolti e sempre a Roma avrebbe dovuto incontrare i suoi familiari rientrati dalla Libia dopo il ritiro delle truppe. Le discussioni sul da farsi diventavano sempre più accese, Visconti propose di rientrare a Roma con i tre Veltro per ricognizione fotografica, ma a questo punto si fecero sentire anche gli specialisti che non intendevano rimanere in Sardegna, sopratutto con i Tedeschi che non avevano preso bene la storia dell’armistizio e quindi si accingevano ad occupare la base Italiana a suon di cannonate e trovarsi li, in quel frangente non era certo salutare, però i caccia erano tre e pure monoposto, quindi la soluzione era solo una! Ma, ancora una volta gli specialisti scelti per rimanere a terra fecero notare a Visconti ed agli altri due piloti che nella ritirata dalla Libia nei Macchi presero posto in due ed in questo caso si poteva rimuovere le apparecchiature fotografiche contando sul fatto che avevano a disposizione i serbatoi alari e che i Tedeschi nei 109 riuscirono a caricare fino a quattro persone ! Dopo un rapido consulto dei tre piloti, conclusero che tutto sommato i rischi a cui andavano incontro erano più o meno come quelli presi in tante altre missioni, quindi informarono gli specialisti di preparare gli aerei smontando quello che si riteneva necessario e i nove specialisti riuscirono a lasciare la base a bordo del Veltro, uno seduto sul sedile del pilota e quest’ultimo seduto sulle sue gambe, mentre gli altri due trovavano posto nella postazione della macchina fotografica uno difronte all’altro dopo aver posizionato delle tavole per sederci e per non interferire sui cavi di comando del timone e piani di quota. Stabilito il piano di volo per il rientro nel Continente, alle prime luci dell’alba del 9 Settembre, Visconti ,ed i sui due gregari decollarono dalla pista di quasi 2 Km di lunghezza, una delle più lunghe che si trovavano in Italia, quindi, nonostante il carico il decollo riuscì senza incertezze. Appena in volo, il comandante dell’aeroporto, Fanali, li vide passare sopra la propria testa e capì che rientravano a Roma, rimase male del fatto che Visconti non gli avesse comunicato la sua decisione, ma in quelle circostanze, capì che si trattava solo una formalità. La via per il rientro fu decisa in base alle condizioni di volo dei tre Veltro, avendo scaricato paracaduti e battellini di salvataggio, dovevano per forza passare per la via che prevedeva il tratto di mare più corto, quindi verso nord, attraversare la Corsica e poi verso l’isola d’Elba, quindi a sud verso Roma. Dovevano fare particolare attenzione alla pista di Guidonia, lunga appena 900 metri e con il baricentro dei 205 Veltro, spostato e in quelle condizioni di volo non dovevano assolutamente arrivare lunghi. Il primo a presentarsi per l’atterraggio fu Visconti, nonostante tentò di smaltire la velocità e toccare terra in testata pista, era sempre troppo veloce ed in prossimità del fine pista dovette riattaccare sfiorando le costruzioni ai margini del campo, per secondo scese Sajeva, anch’esso lungo ma decise di poggiare le ruote a terra e dopo essere uscito di pista terminò la propria corsa al limite delle recinsioni esterne, toccò poi al Sergente Laiolo che dopo aver visto i due compagni si presentò in testata pista quasi stallato riattaccando poco dopo e concludendo la manovra di atterraggio perfettamente, per ultimo scese Visconti, ancora troppo veloce, ma una volta posate le ruote a terra e sfruttando al massimo i freni riuscì a rallentare l’aereo ma non senza entrare in un hangar, fortunatamente vuoto e quindi terminare il volo. Il personale di terra, viste le manovre di atterraggio rimasero perplessi, ma dopo aver visto uscire dai tre caccia oltre dieci persone, capirono immediatamente la situazione.
A Guidonia si erano radunati altri piloti Italiani, per lo più senza ordini, come Il gruppo di Visconti, anche l’8° gruppo equipaggiati con obsoleti Macchi 200 Saetta erano in attesa di ordini che però da Roma non arrivavano. Oltre alla confusione, all’orizzonte si profilava anche il pericolo dei Tedeschi, che capita la situazione cercavano, con la forza, di occupare tutti i campi militari Italiani pervenendo che potessero allearsi con gli Americani ed Inglesi e quindi trovarsi a combattere anche contro di loro, anche l’aeroporto di Guidonia era nelle mire Tedesche, a quel punto i pochi ufficiali alti in grado, dettero l’ordine di trasferire più aerei possibili a nord di Roma, dove la presenza Tedesca non era ancora massiccia, l’intero 8° gruppo equipaggiato con i Macchio 200 ricevette l’ordine di trasferirsi in Sardegna prima ed in Sicilia dopo, quella al momento era la rotta più sicura. Visconti con i due gregari non poterono far altro che stare a guardare, visto che i loro tre MC-205 erano mancanti di molti pezzi , smontati per il trasferimento dalla Sardegna a Guidonia. Intanto a Roma, presso il ministero la confusione era totale, nessuno riusciva a mettersi d’accordo sul da farsi, gerarchi fascisti tentavano di costituire una nuova forza armata, denominata Repubblica Nazionale, visto che ormai il Re si era definitivamente defilato all’estero non c’era più motivo di considerare l’Italia una monarchia. Con la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso da parte dei Tedeschi, i gerarchi fascisti più insistenti e fedeli a Mussolini, riuscirono a convincere parte dei militari a costituire la Repubblica Nazionale Italiana e con essa l’Aeronautica Nazionale Italiana, furono subito presi contatti con i piloti e gli specialisti per organizzare la nascente Aeronautica Nazionale, ormai molti erano stati spediti al sud a cooperare con gli alleati e su quel personale non si poteva più contare, ma su quelli rimasti fu fatta una certa pressione psicologica e patriottica e Visconti non rimaneva certo indifferente al patriottismo e accetto di buon grado a partecipare alla ricostruzione dell’Aeronautica Italiana. Fu nominato Rodolfo Graziani come ministro della difesa che riuniva, per praticità e mancanza anche di persone qualificato, tutte e tre le forze armate, insediando però dei sottosegretari per ogni arma. Per l’Aeronautica fu scelto Ernesto Botto, conosciuto e stimato da tutto l’ambiente Aeronautico. Botto non era di fede fascista e non ne aveva mai fatto mistero, ma anche lui dovette scegliere se accettare o essere deportato in Germania.
Quindi, Botto si apprestava a ricostituire le squadre aeree con dislocazione per lo più nel settentrione e con qualche aereo nella zona di Roma, ormai diventata città aperta, aperta a tutti quelli che sarebbero riusci a conquistarla. L’incitamento di Botto fece breccia specialmente nei patriotti che vedevano ancora le forze alleate come invasori, Visconti inviò subito una richiesta di poter ricostituire la 310° Squadriglia con il compito di difendere le città Italiane dai bombardamenti alleati, proprio quello che i gerarchi fascisti volevano sentir dire. Fu così proclamata la ANR ( Aeronautica Nazionale Repubblicana) in seno alla neocostituente RSI ( Repubblica Sociale Italiana) o anche definita Repubblica di Salò, visto che fu proclamata proprio nella città della provincia di Brescia. I Tedeschi, pero, sono di tutt’alto avviso e intendono rischierare le forze aeree Italiane sotto il comando Tedesco, all’epoca il comandato in Italia dell’aviazione Tedesca era sotto Wolfram Von Richthofen, cugino del famoso aviatore della Prima Guerra Mondiale, ma Botto si impose affinché la ANR rimanesse sotto il comando Italiano, riuscendoci. In Italia del nord furono quindi costituite tre Squadriglie, di cui una sotto il comando di Visconti, “ L’ASSO DI BASTONI” tutte e tre con sede a Mirafiori ( Torino) le altre due Squadriglie furono intitolate a “ VESPA ARRABBIATA “ e “ ARCIERE” a ricordo di altrettanti gruppi famosi. Le tre Squadriglie potevano contare finalmente su dei mezzi validi, aggiornati con motori Tedeschi di ultima generazione come il DB-605 e nuovi cannoncini da 20 mm sempre di produzione Tedesca, Inoltre già dalla metà del 43′ erano entrati in servizio i nuovi caccia serie “ 5 “ oltre ai 205, anche i Fiat G-55 ed i Reggiane RE-2005, anche se in quantità limitate e tutti con colore metropolitano verde oliva uniforme, anche la collaborazione con i Tedeschi si fece più stretta e gli Italiani affinarono le tecniche di combattimento. I decolli su allarme dei caccia Italiani servivano per intercettare i bombardieri alleati che si dirigevano sia sulle principali città del nord Italia che in Germania, sempre scortati dai P-38 e tutti ad una quota di 9000 metri, mentre i piloti Italiani giungevano a quota quasi 10.000 metri per avere il vantaggio della picchiata, gli abbattimenti tra le fila alleate risultavano molto pesanti, sia dei caccia di scorta che dei bombardieri stessi, questo tutto a scapito di una rapida soluzione finale del conflitto, con la strenua difesa del territori, Visconti ed i suoi piloti non facevano altro che protrarre le sofferenze di un paese ormai in agonia e questo, la popolazione delle città dove risiedevano i caccia Italiani, non lo vedeva di buon occhio, entrando apertamente in contrasto con più volte con tutto il personale degli aeroporti militari, per contro Visconti non capiva il loro comportamento, combattevano duramente per impedire i bombardamenti alleati sulle città del nord Italia, stavano difendendo la popolazione di quelle città e questo era il ringraziamento? Purtroppo Visconti non aveva più un quadro completo ed obiettivo della situazione .Per porre rimedio alla falcidia di bombardieri, il comando alleato impiegò i P-47 Thunderbolt, dotati di otto cannoncini e con una rosa di tiro ampia, riducendo così il margine di errore di tiro, ma il problema non venne risolto, le Squadriglie Italiane difendevano strenuamente le città . Si rese allora necessario di dover intervenire alla radice del problema, i comandanti di Squadriglia
E se i comandanti di Squadriglia erano entrati nel mirino degli alleati, Botto era entrato nel mirino di Farinacci, gerarca fascista, il quale non vedeva di buon occhio Botto, sempre pronto a dire la verità infischiandosene della propaganda fascista, Botto fu sostituito da Arrigo Tessari alla carica di sottosegretario di stato per l’Aeronautica, mentre dall’altra parte il comando Aeronautico del Sud, sotto pressioni degli alleati, inviò degli infiltrati per convincere i piloti Italiani della ANR a rischierarsi con l’Aeronautica del Sud, per questo il tenete Beretta avvicinò Visconti, il colloquio però non ebbe svolti positivi, Visconti fece notare a Beretta che per lui ormai non c’era altro da fare che continuare quello che stava facendo, si riteneva troppo compromesso, anche per il fatto di di aver scelto di combattere, tutto sommato, contro l’Aeronautica Italiana del Sud anche se non direttamente e quindi non si fidava, nonostante le rassicurazioni di Beretta, del comando Italiano e sentiva il suo futuro in seno a tale arma minato. Queste considerazioni fecero però riflettere Visconti, tanto da presentare una serie di richieste e chiarimenti, per altro chiarimenti voluti fortemente da tutto il personale della Squadriglia, al Sottosegretario Tessari, richieste che comprendevano di dividere le operazioni dai Tedeschi, intendendo di difendere solo le città Italiane e non intervenendo sui bombardieri diretti in Germania, inoltre voleva che i gerarchi fascisti uscissero dalle decisioni delle operazioni militari e che molti messi a controllarli all’interno dell’aeroporto se ne andassero definitivamente e che il governo intervenisse e ponesse termine alle continue deportazioni in Germania di cittadini Italiani, anche se incriminati dovevano restare in Italia. Purtroppo per Visconti, Tessari non prese bene queste richieste e disse chiaramente; chi vuole restare a combattere bene, mentre chi si vuole ritirare ne subirà le conseguenze, alcuni preferirono le conseguenze che continuare una cosa che non riuscivano più a capire, mentre altri, tra cui il Tenente Colonna si fece promotore per continuare, Visconti non prese bene la decisione di Colonna, anche perché un suo sottoposto e la lettera era stata presentata da Visconti ma con tutti d’accordo e Visconti non digeriva bene i ripensamenti, come aveva già ampiamente dimostrato. Informato Mussolini, da Tessari, del malumore e la sfiducia che andava diffondendosi tra le file dell’ ANR e con proprio Visconti come porta voce. Ancora una volta, a Visconti non restava che continuare quello che aveva iniziato. I continui bombardamenti alleati avevano messo fine al rimpiazzo di nuovi aerei, quindi non rimaneva che equipaggiarsi con caccia Tedeschi ed i Tedeschi erano coscienti che se non avessero fornito loro i caccia, non avrebbero più potuto contare su di loro. Per questo motivo un gruppo di piloti Italiani furono trasferiti in Germania per l’addestramento sui Me-109 K , con essi Visconti. Durante l’addestramento, furono selezionati alcuni volontari per addestrarli al volo sul Me-163 Komet, per un eventuale stanziamento nel Veneto ad intercettare i bombardieri alleati alla volta della Germania, ma la rapida avanzata Russa non permise a questa operazione di essere completata. Visconti e il suo gruppo, nei primi mesi del 45′ fu trasferito presso gli aeroporti di Lonate Pozzolo e Malpensa con i loro Me-109 G e K , gli scontri non avevano tregua, continui allarmi su intercettazioni di B-25 che bombardavano sistematicamente la rete ferroviaria, scortati sempre dai P-47. In un intercettazione nei pressi di Bolzano di una formazione di B-25, Visconti con altri gregari attaccarono la formazione Americana, ma ebbero subito addosso i P-47, nello scontro un gregario di Visconti colpì un P-47 e nel tentativo di finirlo non fece caso al suo gregario che a sua volta colpì il caccia Italiano, non restò che gettarsi con il paracadute, ma la bassa quota non permise l’apertura, con il decesso del pilota Italiano, Visconti impegnato in un duello frontale incassò parecchi colpi e rimase ferito in varie parti del corpo e sul volto, i due caccia all’ultimo secondo virarono, il P-47 continuò il volo in modo disordinato ed a Visconti non rimase che gettarsi col paracadute, dopo l’ammutolimento del propulsore. Le ferite furono curate e Visconti rientrò alla sede. Ormai gli aerei scarseggiavano e su un allarme partirono solo tre 109 con ai comandi Colonna, Brunello e Morandi, intercettarono un B-24 Liberator con livrea completamente nera, prima di iniziare l’attacco la contraerea colpì l’aereo di Morandi e non ci fu possibilità per il pilota Italiano, Colonna iniziò l’attacco ordinando al gregario di restargli in coda, aprì i fuoco e colpì da distanza ravvicinata il B-24, tutti i colpi penetrarono nella fusoliera devastandola, quindi sfilò via per un secondo passaggio, ma il Sergente Brunello, subito dietro a Colonna aprì anche lui il fuoco colpendo e spezzando un’ala, l’equipaggio del B-24 riuscì a lanciarsi fortunosamente e i due caccia rientrarono mentre si era innescata una lite tra i due, Brunello accusava Colonna di averlo volontariamente sottratto all’attacco per prendersi tutti i meriti, una volta a terra la lite continuava accesa e solo l’intervento di Visconti placò gli animi, ma la lite si riaccese subito dopo l’assegnamento dell’abbattimento, il Sergente Brunello rivendicava l’abbattimento forte dall’ala tranciata a suon di colpi, mentre Colonna asseriva che era grazie alla devastante scarica di proiettili che il B-24 era caduto, non sapendo come venirne a capo dopo ore di trattativa, visconti mise fine alla discussione assegnando l’abbattimento alla memoria di Morandi. Mentre per il combattimento, Colonna ricevette la Croce di ferro Tedesca, Brunello preferì non commentare l’onoreficienza ricevuta da Colonna. Colonna fece vista all’equipaggio Americano del B-24 catturato dai soldati Italiani, questo perché parlava bene l’Inglese e voleva avere notizie fresche di cosa stava accadendo, anche se poteva ben immaginarlo, il comandante del velivolo Americano, una volta presentatosi con Colonna gli chiese se aveva, durante l’attacco, avuto intenzione di entrare in collisione visto la bassa distanza a cui aveva condotto l’attacco e inoltre disse di ammirare il coraggio dei piloti Italiani in un momento dove, ormai tutto era perduto, Colonna gli chiese se immaginava quando avrebbe potuto durare ancora la guerra, l’Americano rispose; non più di una settimana. Il 24 Aprile, l’aeroporto di Lonate era solo un cimitero di mezzi e aerei pressoché distrutti, l’ultimo funzionante era quello di Colonna, tutto intorno si udivano colpi sparati dai partigiani, ormai con il completo controllo di quasi tutte le zone, Colonna era rimasto con il suo aereo nella speranza di farlo ripartire e riportarlo a Malpensa, un gruppo di avieri arrivati con un camion, cercarono di convincere Colonna a rientrare a Milano con loro, visto che ormai tra i partigiani e l’ANR era stata firmata una tregua, Colonna rifiutò e con l’aiuto di due avieri cercarono di far partire il motore del 109, ma senza successo, alcuni partigiani che iniziavano a farsi vivi all’interno dell’aeroporto videro la manovra e si prodigarono anche loro per far partire il motore girando una faticosa manovella, alla fine l’aereo si mise in moto e Colonna poté decollare alla volta di Malpensa, dove Visconti lo attendeva. Ormai tutto era precipitato, i Tedeschi si arrendevano e Visconti aveva capito la scomoda situazione in cui si trovavano, quindi decise di radunare tutti i componenti dell’ANR presso Gallarate e barricarsi all’interno dell’istituto tecnico ed aspettare l’arrivo degli Americani ed arrendersi solo a loro in qualità di militari e non trattare assolutamente con i partigiani, ma una delegazione di partigiani si presentò all’aeroporto e intimò a tutti gli occupanti di arrendersi, la risposta di Visconti non si fece attendere, il suo volere era di attendere ordini e di arrendersi solo agli Americani, le trattative per la resa continuarono fino all’arrivo di due ufficiali dell’Aeronautica Italiana del Sud, che adesso era solo Aeronautica Italiana, Visconti presentò le richieste per la resa, il possesso delle armi, il mantenimento dell’ordine pubblico e la partecipazione alla ricostruzione della nuova Aeronautica Italiana. Le proposte non vennero accolte, Visconti ed i suoi si erano spinti troppo oltre, la strenua resistenza fatta non era piaciuta a nessuno e adesso non potevano più permettersi di dettare delle condizioni. Visconti poteva solo sperare nella clemenza per se e per i suoi uomini, che i partigiani avrebbero avuto. Clemenza che poteva andar bene per i suoi uomini di cui si sentiva responsabile, ma non clemenza per se stesso, un uomo che aveva anteposto l’onore a tutto il resto non chiede clemenza. Visto che le trattative non portavano a nessuna risoluzione, i partigiani decisero di mettere sotto assedio l’aeroporto e chiesero a tutti gli uomini all’interno di deporre le armi e di arrendersi incondizionatamente, con l’intenzione di trasferirli tutti a Milano senza garanzia alcuna per la loro incolumità, gli ufficiali del comando dell’ANR a Milano erano già troppo impegnati a salvare lo loro di vita, quindi Visconti non poteva più sperare in un loro aiuto e il comando della neo Aeronautica Militare Italiana non mostrava alcun interesse per persone che si erano rifiutate fino all’ultimo di rientrare a far parte dell’Aeronautica cobelligerante, senza più carte da giocare, Visconti, accettò il trasferimento a Milano solo se restavano armati e voleva trattare la resa solo con il Generale Sala, la risposta gliela portò il Capitano Serego, inviato dal Generale Cadorna, resa senza condizioni e offriva a Visconti la possibilità di riportarlo con se a Milano per metterlo in salvo , Visconti ancora non lo sapeva, ma su di lui in quei giorni, era stata emessa una sentenza di condanna a morte. Il secco rifiuto di Visconti interruppe le trattative, non poteva mettersi in salvo lasciando i suoi uomini in così grave pericolo, ormai le speranze di uscirne con qualche possibilità di salvezza erano ridotte al lumicino e Visconti non sapeva più che pesci pigliare. Il 29 Aprile Visconti accettò di consegnare le armi e tutti i suoi uomini vennero lasciati liberi di ritornare a casa, mentre gli ufficiali furono trasferiti a Milano con la promessa di poter presentare la resa in presenza del Generale Cadorna, le ingiurie che dovettero subire da parte dei cittadini Milanesi, fecero a Visconti più male di mille proiettili. Una volta a Milano, gli ufficiali vennero accompagnati alla Caserma Savoia in via Vincenzo Monti, contrariamente alle promesse appena fatte, non vennero accompagnati in Caserma dalle persone con cui avevano stipulato gli accordi e nemmeno l’incontro con il Generale Cadorna sembrava più in essere, dopo la consegna della pistola di ordinanza da parte di tutti gli ufficiali, costretti dai partigiani. Gli ufficiali Italiani iniziarono ad essere divisi e Visconti fu spostato assieme a Stefanini in un altro salone, poi Visconti fu chiamato in un altra stanza ancora e andandoci rassicurò Stefanini che si tratterà del solito interrogatorio, invece poco dopo Stefanini sentì una raffica di mitra provenire proprio dalla stanza in cui era appena entrato Adriano Visconti e poi non sentì neanche la seconda raffica di mitra, questa volta destinata a lui. Gli altri ufficiali Italiani udirono le raffiche, ma con il caos che regnava nelle strade, quelle raffiche potevano venire da qualsiasi parte, invece avevano messo fine alla storia di Visconti assieme al compagno di armi Stefanini. Altri ufficiali seguirono la sorte del loro comandante, fino all’arrivo delle truppe Americane, dopo di che i sopravvissuti furono trasferiti in carcere e dopo la sentenza furono rilasciati sotto una condanna pecuniaria.
In questo modo finisce la storia del 1° gruppo caccia e la storia di Adriano Visconti, colpevole di aver fatto delle scelte che la storia non ha condiviso ed ha pagato in prima persona per quelle scelte, scelte che possono aver portato al prolungamento della guerra ed al prolungamento delle sofferenze di molti Italiani, la fine di Visconti fu considerata a tutti gli effetti un assassinio, forse in parte è vero ma dobbiamo anche comprendere i sacrifici dei partigiani e quanti di loro sono morti per liberare l’Italia dal giogo nazista e dalla follia fascista, in quelle situazioni tutte le regole erano saltate, l’umanità stessa delle persone era stata messa da parte e forse dimenticata per sempre.

I PILOTI DELLA REGIA AERONAUTICA “Carlo Emanuele Buscaglia”

I PILOTI DELLA REGIA AERONAUTICA

“Carlo Emanuele Buscaglia”


Nella seconda guerra mondiale, in Italia, la propaganda militare influenzò l’opinione pubblica, dando massimo risalto alle missioni che gli equipaggi degli aerosiluranti S.79 Sparviero, compirono sul mediterraneo.
Le gesta di questi uomini, che a bordo di trimotori svolgevano le loro missioni volando sul pelo dell’acqua, in poco tempo riempirono le pagine di quotidiani, riviste e cine giornali. In questo modo si cominciò a conoscere i nomi di questi leggendari eroi; Carlo Emanuele Buscaglia, Giulio Cesare Graziani, Carlo Faggioni, Martino Aichner, Franco Melley ed altri. In particolar modo si distinse, Buscaglia, nato a Novara il 22 Settembre 1915.

Nel 1934 presentò la domanda di ammissione al concorso della Regia Aeronautica. Nel 36″ conseguì il brevetto presso la scuola di pilotaggio di Capua.
Nel 37″, probabilmente a causa della sua irruenza nel pilotaggio, che lo portò a diverse sospensioni dal volo a causa di manovre acrobatiche troppo ardite e troppo a bassa quota, fu’ assegnato al 32° stormo di Cagliari-Elmas.

Lì conseguì il “passaggio” sull’S.81. Assegnandolo ai bombardieri, confidavano che la sua irruenza si sarebbe calmata. Il primo incontro che ebbe con l’S.79 Sparviero, fu’ l’8 febbraio 1939, sempre ad Elmas, da quel momento il suo nome fu’ relegato dal destino agli Aerosiluranti. Trasferito un anno dopo a Pisa, presso il 46°stormo. In quel periodo fu’ costituito il Reparto Speciale Aerosiluranti di Gorizia e Buscaglia fu’ chiamato a farne parte.

L’addestramento sullo Sparviero a lanciare siluri, avvenne al poligono di tiro di Fiume, in Adriatico. Fù proprio in quell’occasione che incontrò i suoi futuri colleghi e amici, Franco Melley e Giuseppe Cimicchi.
Il primo successo di Buscaglia si registrò ai danni di un incrociatore classe London, seriamente danneggiato. Successivamente, mise a segno un altro colpo, questa volta a farne le spese fu l’incrociatore “Kent”.

Il gruppo RSA,divenne 278° sq. con lo stemma dei quattro gatti, dal significato”pochi ma buoni”.
Verso la fine del 1940, unitamente al Cap. Erasi, colpì l’incrociatore “Glasow”, dopo di che annoverò nella sua lista alcuni piroscafi da trasporto.

Le cronache, iniziarono a riportare le sue gesta e di come si lanciava contro le unità da guerra nemiche, sprezzante della reazione furiosa della contraerea nemica . Questo, gli valsero le prime medaglie d’argento.
Ancora un’altra medaglia,gli fu assegnata per il siluramento della portaerei “Formidable”, il 28 marzo, durante la battaglia di Capo Matapan.

Anche i tedeschi, gli assegnarono la propria decorazione, la croce di ferro di seconda classe.
Il 14 giugno 1942, nella sanguinosa battaglia di Pantelleria, unitamente a Faggioni e Graziani ed altri siluratori, furono lanciati più di dieci siluri, contro la portaerei “Argus” e la corazzata “Malaya”, ma senza alcun esito, a seguito di questo fatto ci fu un’inchiesta, in quanto si fece avanti l’ipotesi di un sabotaggio.
La nomina a maggiore, per Buscaglia, avvenne dopo la 29° missione e con ben 24 siluri a bersaglio e con il totale di due incrociatori pesanti affondati, due incrociatori ausiliari, una nave posareti e cinque piroscafi da trasporto, con danni pesanti a; due corazzate, una portaerei, sei incrociatori, due cacciatorpedinieri e tre piroscafi da trasporto.

L’ultimo attacco che Carlo Emanuele Buscaglia, portò contro gli alleati, fu nei pressi della Tunisia, lo stormo degli S.79 fu attaccato da una squadriglia di sette Spitfire.
Mentre era in linea di tiro contro un piroscafo ,il suo aereo venne mitragliato, senza disimpegnarsi e continuando nella rotta di tiro, riuscì a sganciare il siluro colpendo il suo obbiettivo, con l’aereo ormai in fiamme, superò di misura le strutture della nave, infilandosi in acqua subito dopo.

Il resto degli altri aerosiluranti, si disimpegnarono cercando di rientrare alla base, dove comunicarono l’avvenuta presunta morte di Buscaglia.
In realtà, nonostante le gravi ustioni subite, fu l’unico sopravvissuto al disastro. Fu recuperato da una nave alleata e ricoverato in ospedale e successivamente inviato negli Stati Uniti come prigioniero di guerra.

Rientrò in Italia, dopo il 26 giugno 1944 e in funzione alla cobelligeranza dello Regno del Sud, fu reintegrato al comando di uno stormo di “Baltimore”.
L’ANR, quando seppe che, non era morto, ma cobelligerava nei reparti del sud, mutarono la denominazione del gruppo Aerosiluranti della ANR, da “Buscaglia” in Carlo Faggioni.
Completato l’addestramento sui “Baltimore” peraltro aereo difficile nel pilotaggio e molto criticato dai suoi piloti, Buscaglia volle compiere il primo volo da solo.
Nel tenativo di decollo, l’aereo non mantenne la giusta traettoria di decollo, sbandando e colpendo con l’estremità alare un albero, cercando di alzarsi in volo, stallò pesantemente sbattendo violentemente al suolo, spezzandosi in più tronconi.
Con l’aereo avvolto dalle fiamme, Buscaglia fu estratto dall’abitacolo esanime.

Sopravvisse alcuni giorni in ospedale, ma poi sopraggiunse la morte.
Il nome di Carlo Emanuele Buscaglia, è rimasto legato alla storia degli Aerosiluranti Italiani, per le sue gesta eroiche compiute nel Mediterraneo, un nome rimasto Immortale nel panorama dell’Aviazione mondiale.

CASTELROSSO - Dodecaneso 1941


GLI ANTEFATTI
 Nel mese di aprile del 1939, l'Italia occupò l'Albania ponendo in seria preoccupazione la Grecia per la propria sicurezza.
Il governo greco diretto allora dal generale Ioannis Metaxas, venne rassicurato da Mussolini che l'Italia non aveva alcuna intenzione aggressiva nei confronti della Grecia confermando il patto di amicizia firmato con la Grecia nel 1928.
Il successivo scoppio della seconda guerra mondiale in Europa nel settembre 1939 non cambiò questa posizione e Italia, Grecia e Turchia dichiararono prontamente la loro neutralità.
Di conseguenza, fino all'estate del 1940 non vi erano ostilità tra Italia e Grecia, neppure nelle isole del Dodecaneso italiano.
Tuttavia, dopo la caduta della Francia e la dichiarazione di guerra dell'Italia nei suoi confronti nell'estate del 1940, questa situazione cambiò drammaticamente.
Il 15 agosto 1940 avvenne il primo scontro tra Italia e Grecia quando un sommergibile italiano non identificato affondò l'incrociatore greco Elli in prossimità di Tinos durante le festività religiose in onore dell'Assunzione della Beata Vergine (cosiddetta "Panagias").
In ottobre, dopo un incidente di frontiera preparato ad arte, fu presentato a Metaxas il famoso ultimato che egli respinse istantaneamente, dando così la scusa per iniziare l'invasione italiana.
Churchill descrisse la risposta greca come "l'ora più bella", poiché con questo atto la Grecia entrò per prima e volontariamente a combattere al fianco degli Alleati.
In poco tempo i Greci intrapresero l'offensiva e respinsero gli Italiani in Albania, conquistando le principali città del nord Epiro, Koritsa e Argyrocastro, entrambe abitate da una preponderante popolazione di etnia greca.
All'inizio del 1941, i successi greci portarono ad un'inusuale unità del popolo greco con i loro governanti.
Tuttavia l'inattesa scomparsa di Metaxas a fine gennaio 1941 fu come un segnale premonitore delle sciagure che sarebbero ben presto seguite.
Hitler fu infine costretto ad impegnare la Germania ad aiutare gli Italiani che erano rimasti in una situazione di stallo con i Greci in Albania.
Nel lontano Dodecaneso, l'attività militare degli Italiani si limitava al rafforzamento delle loro posizioni militari in ciascuna delle isole in caso di futuri scontri.
La conclusione catastrofica dell'intervento italiano in Albania produsse negli Inglesi, verso la fine di novembre 1940, l'idea di tentare un attacco in Dodecaneso dal momento che gli italiani avevano temporaneamente alleggerito la loro presenza militare nel possedimento, per correre in difesa dell'Albania.
Il 21 novembre 1940 l'ammiraglio Andrew Cunningham, comandante in capo del Mediterraneo, scrisse all'ammiraglio Dudley Pound, preposto alle attività marittime nella camera dei Lord, dicendo, tra le varie cose, che il Dodecaneso sarebbe stato una facile conquista.
Cunningham suggerì a Pound  che delle unità di commandos potevano probabilmente essere usate per operazioni in Dodecaneso in piccola scala.
Fu così, che Castelrosso fu identificata come conquista iniziale per la successiva conquista di tutto il resto del Dodecaneso.
Delle note relative ad un incontro tra i più alti gradi della struttura militare britannica descrivevano Castelrosso come un'isola che poteva fungere come un territorio avanzato per lo sbarco e per l'installazione di una base aerea per le future operazioni contro il Dodecaneso.
Circa l'effettiva cattura dell'isola, un osservatore fece notare che la via più facile per la cattura dell'isola, sarebbe soltanto quella di attendere un'alleanza con la Turchia e quindi occuparla dalla terraferma, visto che l'esigua guarnigione poteva essere sgominata con questo strattagemma, anziché con un attacco militare con personale addestrato.
Lo stesso Churchill pensò che attacchi militari ad isole minori, come Castelrosso, fossero da evitare almeno prima che fosse lanciato un attacco massiccio su tutto il fronte, poiché questo avrebbe probabilmente scatenato delle gelosie tra Grecia e Turchia.
Churchill, invece, avrebbe piuttosto optato a sferrare un attacco sull'isola di Pantelleria, con una miglior posizione strategica tra Tunisia e Sicilia.
Cunningham invece non fu assolutamente d'accordo e insistette fortemente per effettuare delle azioni combinate nel Dodecaneso agli inizi del 1941.
Alla fine, prevalse la posizione di Cunningham che persuase lo stato maggiore di Londra a deliberare incursioni in piccola scala nelle isole più esterne del Dodecaneso, purché queste operazioni fossero il preludio per una più imponente invasione dell'isola di Rodi, già programmata per l'aprile del 1941.
Inizialmente, Cunningham pensava di organizzare l'insediamento di batterie costiere a Caso, consentendo  così di dominare l'accesso al campo di atterraggio aereo di Scarpanto per poi piazzarle ad entrambi i lati dello stretto di Caso.
La sera del 16 gennaio 1941,  venne tentato un primo infruttuoso tentativo di sbarcare le batterie costiere a Caso, che fallì quando i commandos britannici si trovarono di fronte all'opposizione  italiana.
Successivamente, Cunningham mise gli occhi su Castelrosso che fino a quel momento era sempre rimasta al di fuori di qualsiasi attività bellica e che contava una difesa di soli 50 soldati.
Poiché Castelrosso si trova ad una considerevole distanza da Rodi, Cunningham credeva, erroneamente come si è scoperto dopo, che gli Italiani  non sarebbero stati in grado di lanciare un contrattacco e che quindi l'isola sarebbe stata conquistata.
Inoltre, Cunningham credeva, correttamente in questo caso, che l'isola sarebbe stata utile come base per le motosiluranti di supporto alle prossime operazioni in Dodecaneso.
Infine, l'isola sarebbe stata occupata sperando che nel frattempo anche la Turchia sarebbe scesa in guerra al fianco dell'Inghilterra, in quanto contemporaneamente al momento programmato per l'invasione, Anthony Eden, segretario agli affari esteri, e il generale John Dill sarebbero stati in missione ad Ankara per persuadere la Turchia ad entrare in guerra.
In quella circostanza, nessuno poteva minimamente immaginare che l'incursione su Castelrosso si sarebbe conclusa con un clamoroso fallimento per delle casualità in entrambi gli schieramenti che portarono poi ad un'interrogazione governativa ad alto livello, ordinata dallo stesso Churchill.
Il piano d'assalto (nome in codice "Abstention", astensione, o "Pitch", lancio) fu infine approvato lunedì 24 febbraio 1941.


La forza consisteva di 200 commandos bene addestrati che avrebbero dovuto sbarcare sull'isola in prossimità di Punta Nifti dagli incrociatori Decoy e Hereward, poco prima dell'alba del 25 febbraio 1941.
La forza d'attacco doveva immediatamente occupare il porto e certi punti strategici come il palazzo della Dogana e della Delegazione del Governo e la stazione radio, con l'assistenza di un'imbarcazione armata  appositamente programmata per arrivare immediatamente dopo l'avvenuto sbarco.
I commandos dovevano avere con sé viveri sufficienti per le prime 48 ore di occupazione e quindi sarebbero stati rilevati dopo 24 ore da una guarnigione d'occupazione permanente composta dal corpo degli Sherwood Foresters, al momento di stanza a Cipro.
Poiché non ci sarebbe stato alcun supporto aereo a sostenere l'incursione, fu convenuto che la RAF avrebbe bombardato gli aeroporti tedeschi e italiani a Rodi, come azione diversiva, nelle notti del 25/26 e del 26/27 febbraio, quando l'invasione sarebbe stata al suo apice.
Le informazioni sulla difesa militare dell'isola erano particolarmente scarse.
La maggior parte delle informazioni a disposizione erano state per lo più raccolte da fonti francesi del periodo in cui l'Air France utilizzava il porto di Castelrosso, circa a metà degli anni '30, come base per i suoi idrovolanti da carico.
In aggiunta, gli Inglesi possedevano una carta nautica e qualche cartolina illustrata italiana e altre scarse informazioni ottenute dall'Ammiragliato (ndr: corrispondente al nostro Ufficio Idrografico della Marina Militare)  e queste erano le uniche informazioni disponibili per organizzare l'attacco.
Per questo motivo, l'ufficiale in carica per questa operazione, il contrammiraglio E. de F. Renouf, decise che lo sbarco avvenisse di notte.
L'attacco fu affidato agli uomini del 50 Middle East Commando, una forza speciale che si era addestrata in Egitto e che faceva base a Creta per le incursioni nel Dodecaneso.
Nel complesso, i commandos avevano un armamento leggero portando con sé per questa specifica operazione, soltanto tre bren, 70 fucili, 18 tommy mentre il restante armamento consisteva di 45 pistole mausers e vari coltelli.
La sera del 23 febbraio, i commandos, che erano di stanza a Candia (Iraklion) si imbarcarono sugli incrociatori Decoy e Hereward che alle ore 01.00 di lunedì 24 febbraio partirono in direzione di Castelrosso.
Era stata tracciata una rotta che passava attorno alla parte occidentale di Creta, anziché dalla parte orientale che dà verso lo stretto di Caso, allungando così il percorso di 160 miglia e rendendo perciò necessario mantenere una maggior velocità.
In seguito, questa fu una concausa per la quale gli incrociatori rimasero a corto di carburante, proprio in un momento critico.
Tutto il giorno 24 febbraio è stato impiegato dagli incrociatori per raggiungere Castelrosso, mentre i commandos si preparavano a bordo per l'incursione notturna.
La mattina presto del 25 Febbraio gli incrociatori vennero guidati verso Punta Nifti seguendo le luci del sommergibile Parthian.
Iniziò, così, lo sbarco dei commandos.
Poiché la consistenza delle difese italiane e l'esistenza di eventuali batterie costiere e riflettori di ricerca non era conosciuta con precisione dagli attaccanti, c'era molta tensione e perciò le navi fermarono le macchine ed iniziarono ad ammainare le lance a circa 200 metri dalla linea costiera attorno a Punta Nifti.
Per trasportare i soldati a terra c'erano a disposizione 10 baleniere (tipo di lance a remi lunghe e maneggevoli normalmente usate in Atlantico per la caccia alle balene).
Tuttavia, nel buio più  fitto, le dieci baleniere si sparpagliarono e la maggioranza di loro sorpassò il punto fissato per lo sbarco remando fino all'interno della bocca di porto.
Un ufficiale che partecipò alla prima ondata di sbarchi, ricorda quanto segue:
" E' importante notare che il timoniere che ci conduceva verso il punto convenuto di sbarco era un regatante della squadra di canotaggio della marina.
Io mi trovavo con lui nella prima barca mentre tutti gli altri ci seguivano con cieca fede nella navigazione decisa da un così qualificato  esponente della marina.
Proseguimmo lentamente fino a quando intravvedemmo delle sagome scure di alcune costruzioni che si materializzavano gradualmente ad entrambi i lati e qualcuno esclamò: "  Ma dove diavolo siamo finiti ? Ci avevano detto che la zona di Punta Nifti doveva essere completamente disabitata ! "
Quasi immediatamente sentimmo un'intimazione in italiano seguita da una raffica di proiettili provenienti da armi portatili leggere,  tutto intorno a noi.
Il nostro timoniere della squadra di canotaggio della marina, con un singolare aplomb che gli derivava dal suo lungo stato di servizio come marinaio, gridò: "  Remate più a fondo con quelle pagaie, bastardi ! ".
Remando a tutta forza ci guidò indietro oltre alcune distanze oltre l'incrociatore Decoy. "
L'ufficiale al comando della seconda baleniera, ricorda invece questo evento nei seguenti termini:
" Entrammo nel porto più silenziosamente possibile e ammainammo le barche dai blocchi ben lubrificati.
La remata procedeva con coordinazione e le baleniere che erano state prima ben preparate in ogni dettaglio per raggiungere terra, andavano avanti silenziosamente ciascuna carica di truppe da sbarco e da due o tre marinai per riportarle alla nave per la successiva ondata di sbarchi.
Al primo sbarco, la prima imbarcazione in testa alle altre procedeva troppo lentamente e perciò le barche successive urtavano tutte una contro l'altra, accumulandosi attorno alla nostra. 
Segnalai all'ufficiale della prima barca di procedere più velocemente.
Sfortunatamente, accelerò troppo in fretta e l'abbrivo le impedì di ridurre nuovamente la velocità e così mi ritrovai col dilemma se continuare a seguirla a vista o se rimanere indietro con i ritardatari.
Cercando di fare il mio meglio per entrambe le situazioni, mi ritrovai in pratica a non aver fatto né l'una, né l'altra cosa, perdendo di vista sia le imbarcazioni dietro di noi che quella di fronte.
Riuscii comunque a raggiungere il punto fissato per lo sbarco dove vidi le nostre truppe, ma le altre imbarcazioni si persero per strada, furono viste dal nemico e bersagliate, sebbene anche loro riuscirono, infine, a sbarcare i loro uomini in latri punti lungo la costa. "
La confusione creatasi nello sbarco della prima ondata di commandos, creò la situazione che solo le prime due barche raggiunsero correttamente il punto prefissato per lo sbarco, sbarcando lì i loro cinquanta uomini, ma otto delle restanti baleniere si persero nel buio.
Queste otto imbarcazioni oltrepassarono Punta Nifti ed entrarono direttamente in porto dove furono scoperte e bersagliate.
Anche i commandos sbarcati dalle prime due barche, furono oggetto di uno scontro a fuoco mentre si avvicinavano alla città lungo il sentiero che la congiunge a Punta Nifti.
Qui, due militari italiani furono uccisi immediatamente e uno ferito gravemente.
I tre marinai erano stati inviati in avanscoperta dalla stazione di vedetta di Monte Vigla, dopo aver avvertito gli spari in zona portuale.
Passando in prossimità della casa del segretario del Delegato situata nella zona costiera del Mandracchio, i marinai in perlustrazione avevano allertato la sua famiglia di restare in casa perché qualcosa stava per succedere.
Sfortunatamente per loro, da lì a pochi minuti avrebbero incontrato sulla strada gli Inglesi che si avvicinavano, scontrandosi con loro.
Uno dei due marinai caduti era il sottocapo Eligio Troiano, già citato nella nostra introduzione.
Il ferito era il marinaio Boscolo oggetto dell'atto coraggioso della maestra Anastasia Arnaoutoglou che si interpose agli Inglesi salvandogli la vita e per questo fu in seguito decorata con la medaglia di argento al valor militare.
Alle ore 04.15 si sentirono dei colpi di sparo di fucile provenienti dalla zona del porto e alle 05.00 le otto baleniere dell'operazione originaria rientrarono alle navi senza aver sbarcato nemmeno un uomo.
Alle 05.15 l'ufficiale in comando inviò ulteriori quattro baleniere per cercare di rintracciare la posizione del solo gruppo che era riuscito a sbarcare con l'intenzione di reimbarcarli, visto che ormai il fattore sorpresa della missione non era riuscito.
Rimasto a quel punto senza alternative, l'ufficiale in comando decise di continuare l'operazione ordinando di sbarcare l'intera forza.
Poiché c'era già la luce diurna, gli Italiani erano ormai a conoscenza dell'operazione e il tempo era l'essenza di questa missione che era ormai compromessa.
Alle 06.20 tre barche sbarcarono a terra un ulteriore squadra di commandos che proseguirono a supporto del primo gruppo.
Gli sbarchi continuarono per un'altra ora.
Alle 06.40 fu sparato dal castello un faro di color verde dal primo gruppo, ad indicare che avevano conquistato il controllo di quel punto.
L'intera guarnigione italiana, composta da soldati, marinai, pochi carabinieri e finanzieri, appena saputo dello sbarco inglese, si asserragliò prima a Monte Vigla e quindi a Paleocastro, preparandosi ad una strenua difesa.
Il diario personale con le preziose testimonianze del capoposto della stazione di vedetta di Monte Vigla, secondo capo Fresu, di origine sarde, è andato purtroppo smarrito (forse delle fotocopie dello stesso, mai pubblicate, sono rimaste in mano di qualche editore storico).
Nel suo diario, il capoposto descriveva con quanta tenacia è stato respinto dagli Italiani l'attacco inglese, sfatando le dicerie comuni tra i combattenti Inglesi secondo le quali gli Italiani sarebbero codardi e poco inclini al dovere militare.
Poco armati per la difesa, gli Italiani coraggiosamente raccoglievano prima dell'esplosione le bombe a mano lanciate oltre la barricata dagli Inglesi, per rilanciarle contro gli assedianti.
Talvolta accadeva però che le bombe esplodessero nelle stesse mani di chi le aveva raccolte, con conseguenze agghiaccianti.
Le perdite umane della piccola guarnigione italiana furono sproporzionate.
Nella sua testimonianza, il narratore smentisce anche la circostanza, teorizzata successivamente da altre fonti italiane, secondo la quale i preziosi codici cifrati per le telecomunicazioni di guerra sarebbero stati presi dagli Inglesi in quell'occasione .
Fresu afferma invece che i codici segreti siano stati bruciati per tempo poco prima dell'assedio inglese e tale testimonianza è anche suffragata da altre successive testimonianze dei combattenti che vennero a rilevare gli italiani sconfitti..
La stazione radio fu infine occupata dagli Inglesi come pure il palazzo della Delegazione del Governo all'entrata del porto, il palazzo della Dogana e le piccole baracche dove all'epoca erano ubicati gli uffici dell'Air France in zona portuale.
Gli attaccanti scoprirono infine che, fortunatamente per loro, non vi era alcuna batteria costiera in difesa dell'isola.
L'incrociatore Decoy che nel piano originario avrebbe dovuto rimanere più a lungo in rada durante la missione a Castelrosso in assistenza  dei commandos, si trovò a corto di bunker a causa del maggior percorso effettuato all'arrivo per aver transitato at Ovest di Creta, anzichè ad Est, e decise pertanto di dirigere anticipatamente verso Alessandria d'Egitto per il rifornimento e per imbarcare il contingente dei Sherwood Foresters che avrebbero dovuto in seguito sostituire i commandos.
Verso le ore 06.15 circa, la cannoniera Ladybird arrivò a Castelrosso come da programma per assistere i commandos nella conquista di Paleocastro.
Nonostante fosse stata oggetto di colpi di fuoco da parte di un piccolo gruppo di Italiani rimasti isolati a Santo Stefano, la nave Ladybird iniziò presto a far fuoco su Paleocastro dove si era asserragliato il grosso della guarnigione italiana.
Mentre una compagnia di commandos conquistava il forte, un'altra compagnia occupava altri importanti edifici della città, mentre la restante altra metà della compagnia si arrampicava sulle vette di fianco di Paleocastro per prevenire ogni via di fuga degli Italiani  sulle altre colline al centro dell'isola.
Prima delle 10.00, dopo un'accanita difesa, gli Italiani si arresero e furono subito fatti prigionieri dagli Inglesi.
Da un primo frettoloso controllo fatto al momento, risultava che sei Italiani erano caduti in combattimento, sette erano rimasti feriti e 35 fatti prigionieri. 
I commandos poterono anche sequestrare dagli Italiani molte armi, munizioni, viveri e benzina.
Alle 10.00 in punto la bandiera Britannica fu issata sul palazzo del Governatorato situato all'entrata del porto.
Poco dopo, anche il battello postale italiano proveniente da Rodi fu immediatamente catturato e la posta venne confiscata assieme ad ogni altra proprietà.
Non era compito dei commandos riorganizzare la difesa dell'isola in caso di un eventuale contrattacco.
Questo compito era reso ancora più difficile dal fatto che, appena lo sbarco fu completato,  apparve sul porto un aereo italiano.
Approssimativamente verso le 09.50, dei caccia CR42 seguiti da dei bombardieri Savoia 81 attaccarono l'isola concentrandosi sul versante che conduce verso Paleocastro e attaccando la Ladybird che nel frattempo si era ormeggiata in porto.
La Ladybird fu subito colpita verso poppa e alcuni membri dell'equipaggio rimasero feriti seriamente.
Poiché la permanenza della nave in porto sarebbe stata troppo pericolosa , salpò in tutta fretta verso Cipro, lasciando così soli i commandos e  totalmente sguarnita la protezione dell'isola via mare.
Tra le 11.00 e le 13.00 continuarono i bombardamenti.
Gli obiettivi erano Paleocastro e il versante nord del porto.
Le mitragliatrici catturate agli Italiani a Paleocastro aiutarono i commandos ad abbattere due bombardieri italiani, uno al largo della costa occidentale dell'isola e l'altro approssimativamente ad un miglio a nord di Punta Nifti.
Fu colpito anche uno dei caccia CR42 che fu visto ripartire dall'isola non in perfetto controllo.
L'equipaggio dell'aereo bombardiere abbattuto nelle vicinanze di Punta Nifti tentò di raggiungere a remi un isolotto nelle acque territoriali turche e fu soccorso da un piccolo battello turco e da un idrovolante della Croce Rossa italiana che riportò gli uomini a riva.
I bombardamenti e i colpi di mitraglia seguirono per tutto il giorno fino alle 16.30 del pomeriggio senza alcun danno per le truppe britanniche o per i civili.
In prima serata, i commandos si ritenevano ormai abbastanza soddisfatti dei risultati del giorno avendo realizzato il completamento dell'invasione dell'isola, avendo abbattuto tre aerei nemici e per essersi impossessati dei libri con cifrari diplomatici dalla cassaforte del Governatore che venne fatto prigioniero assieme ad altri 12 civili.
Dopo una giornata di successi, i commandos si organizzarono per il riposo notturno e alle ore 20.00 la maggioranza degli uomini si accamparono a Punta Nifti, mentre ufficiali e sentinelle prendevano posizione al Governatorato e nella casa del  Governatore che era situata dalla parte opposta della baia.
Tuttavia, alle 21.00 due motosiluranti italiane accompagnate da altre due imbarcazioni armate entrarono in porto con dei riflettori di ricerca accesi e iniziarono a sparare sugli edifici che supponevano fossero occupati dai commandos.
La banchina del porto era quasi tutta coperta di proiettili perforanti.
Le forze britanniche non avevano previsto un contrattacco di tale portata poiché immaginavano che la loro marina avrebbe protetto l'isola da qualsiasi intervento italiano.
In questa azione, morirono tre commandos britannici e sette rimasero feriti.
Il maggiore Rose, comandante in seconda dei commandos, ricorda quanto segue:
" Lo stato maggiore dei commandos intendeva dormire negli uffici della Dogana mettendo di guardia un servizio di sentinelle.
Tutti erano piuttosto stanchi e iniziarono a dormire dalle ore 20.30.
Improvvisamente alle ore 21.00 si accese una luce abbagliante nell'intero edificio e nell'area esterna del porto circostante.
Si pensava che il nemico avesse lanciato dei fari a paracadute e che facessero dei bombardamenti di precisione.
Queste luci molto forti dovevano invece senza dubbio provenire da una nave da guerra che stava entrando ora in porto.
Dal momento che ci è servito per scoprire da dove proveniva la luce a quello dell'inizio del fuoco passarono pochissimi secondi.
I comandanti fecero appena in tempo ad uscire fuori mentre  il soffitto e le pareti crollavano.
Seguirono molte sparatorie.
Prima di raggiungere una posizione sicura, corse lungo wualche strada laterale e inavvertitamente nel raggio di luce dei rifelltori di ricerca.
Ritornammo rapidamente sui nostri passi e ci dividemmo in diverse direzioni.
Ci furono delle difficoltà a riunire lo stato maggiore al buio lungo le strette stradine.
Da lì potemmo vedere la sagoma scura della nave attaccante ad una distanza di appena 150 metri circa con le luci di ricerca che si muovevano tutt'attorno come delle lunghe dita di luce che cercavano di localizzare le nostre truppe.
Il rumore e l'effetto esplosivo devastante è stato estremamente spaventoso. "
A quel punto, fu abbastanza apparente ai Britannici, che qualcuno dei locali castelrossini doveva aver consigliato agli Italiani dove sferrare con precisione il contrattacco e i sospetti caddero ovviamente sull'ex podestà Lakerdis che, seppur di origine greca, sperava nella reimpostazione del controllo italiano sull'isola.
All'inizio, gli Italiani avevano pianificato un attacco dalla parte meridionale dell'isola.
Gli Italiani cambiarono obiettivo soltanto dopo aver ricevuto l'avviso di Lakerdis che l'assalto avrebbe dovuto preferibilmente essere reindirizzato verso l'area del porto e dopo che lo stesso Lakerdis vide svolgersi le operazioni dal ponte di una nave dando istruzioni al comandante italiano.
Il ruolo di Lakerdis servì a renderlo maggiormente inviso ad una fazione dei locali castelrossini.
In conseguenza  dell'assalto italiano, il corpo principale dei commandos fu forzato a ritirarsi verso la località del cimitero mentre un'altra compagnia rimase tagliata fuori dall'altra parte del porto, nel retro della residenza del Governatore (ndr nelle vicinanze del sito ove è stato costruito l'attuale albergo).
La sera del 25 febbraio faceva molto freddo e pioveva e ciò peggiorò le cose per gli invasori.
Lo scopo del breve contrattacco italiano era quello di sbarcare un plotone di marinai armati  di fucili e automatici.
Entrarono nel Governatorato sventrato e si precipitarono a bussare alle case sul lungomare del porto.
I residenti di origine italiana uscirono dai nascondigli e furono portati a bordo della nave utilizzando le numerose barchette ormeggiate in porto.
Gli italiani volevano anche recuperare i libri con i codici segreti che erano stati prima sequestrati al Governatore dai Britannici e demolire la loro stazione radio.
Riuscirono a  realizzare il secondo obiettivo, ma non riuscirono ad ottenere i libri dei codici  perché la cassaforte dove erano rimasti custoditi  nella residenza del Governatore non si apriva più perché era rimasta danneggiata durante la sparatoria italiana ed era troppo pesante per portarla tutt'intera su una barca.
Ripartirono alle ore 02.00, la mattina del 26 Febbraio.
Dopo la partenza degli Italiani, le truppe occupanti ritornarono alle loro precedenti posizioni.
I bombardamenti continuarono per tutta la giornata successiva, ma meno intensamente.
Le forze che avrebbero dovuto venire a rilevare i commandos la mattina dopo come da accordi iniziali, non arrivarono.
Quel giorno fu indubbiamente un momento importante per tutti gli abitanti di Castelrosso.
In questa fase iniziale della guerra essi furono il primo nucleo del Dodecaneso ad uscire dal controllo italiano.
Nonostante la segretezza che copriva questa operazione, le notizie della liberazione di Castelrosso dagli Italiani raggiunsero tutto il mondo.
Negli Stati Uniti, la lega dei cittadini originari del Dodecaneso naturalizzati in America, inviò un telegramma congratulandosi con Churchill per il successo dell'operazione.
Anche tutta a stampa greca plaude alla conquista inglese di Castelrosso.
La notte del 26/27 febbraio trascorse quieta e senza incidenti.
Tutti i commandos dormirono a Punta Nifti tranne le sentinelle e le pattuglie di sorveglianza.
Allora, per i commandos iniziavano a scarseggiare i viveri ed erano piuttosto arrabbiati per il mancato arrivo delle forze che dovevano venire a rilevarli.
Vi era qualche reale possibilità di un contrattacco proveniente dal mare e i commandos erano ormai demoralizzati.
Per il cibo, essi contavano su qualche sacchetto di gallette biscottate italiane che avevano sequestrato a Paleocastro.
La mattina del 27 alle ore 09.00, in prossimità della costa turca furono avvistati due incrociatori italiani diretti verso l'isola.
In quel momento delle pattuglie di commandos erano state dislocate in giro per l'isola per controllare le spiagge e segnalare l'avvicinamento delle forze tanto attese che dovevano venire a rilevare il contingente.
L'arrivo in porto degli incrociatori italiani causò il panico tra i commandos inglesi e ben presto truppe italiane presero terra infiltrandosi lungo le calli e le viuzze che collegano il centro del porto a Paleocastro e verso il cimitero.
Iniziò anche un bombardamento aereo che rese ancora più difficoltosa la posizione delle truppe britanniche.
A mezzogiorno, alle due compagnie inglesi rimaste isolate, una al cimitero e una al posto di sbarco, non rimase altra scelta se non quella di ritirarsi scalando la cima dello strapiombo che domina Punta Nifti, conosciuto localmente con il nome di Avlonia.
L'armamento dei commandos era leggero e non avevano abbastanza armi e forza numerica per mantenere il controllo della piccola zona costiera dove si erano accampati e per evitare il rischio di essere poi dimenticati dai loro stessi amici nel caso si fossero dispersi sui tanti strapiombi, decisero di ritirarsi tutti assieme sulla cima più alta.
Gli aerei e le navi da guerra italiane circondarono l'isola bersagliando qualsiasi militare britannico che scorgevano a breve raggio.
In tutto, furono sbarcati 250 soldati tra truppe da sbarco e Alpini riprendendo il controllo della maggior parte dell'isola, esclusa la piccola area dell'altipiano alle spalle del monte Avlonia dove si erano ritirati i Britannici.
Da lì, un impervio sentiero lungo un precipizio conduce ad una piccola spiaggia a circa 200 metri da Punta Nifti, sotto allo strapiombo che in quel punto è alto soltanto una trentina di metri circa.
Quando venne il buio, la situazione sembrava quasi disperata, ma i commandos decisero di resistere confidando che prima o poi la Royal Navy sarebbe infine arrivata per aiutarli.
La compagnia di Sherwood Foresters che avrebbe dovuto rilevare i commandos, partì finalmente da Alessandria d'Egitto alle ore 08.00 del 27  a bordo dell'incrociatore Decoy, arrivando al largo dell'isola poco prima di mezzanotte.
I commandos riuscirono a a farsi vedere dalle forze che avrebbero dovuto venire a rilevarli, accendendo dei fiammiferi e delle torce elettriche.
Data la situazione creatasi sull'isola, a bordo del Decoy si decise che non era prudente sbarcare gli Sherwood Foresters, ma era meglio, piuttosto, evacuare i commandos.
Infine fu deciso di attuare questo piano, sebbene qualcuna delle pattuglie rimaste in giro per l'isola non fosse ancora stata rintracciata nell'oscurità.
Qualcuno fu catturato il giorno dopo dagli Italiani, mentre qualcun altro tentò di raggiungere a nuoto la terraferma in Turchia.
Alcuni di quest'ultimi riuscirono poi ad essere rimpatriati, ma altri furono dati per dispersi.
Il pomeriggio del 1° Marzo 1941 i commandos recuperati, rientrarono a Creta.
Il fallimento dell'operazione Abstention ebbe delle pesanti ripercussioni ad ogni livello.
Senza dubbio, il fallimento dell'operazione non fu certo d'aiuto nella campagna di persuasione della Turchia ad entrare in guerra contro le potenze dell'Asse.
Era ovvio che qualcosa fosse andato storto proprio nella prima importante offensiva nel Mediterraneo orientale, sminuendo le aspettative di successo nei piani futuri della Gran Bretagna nel Mediterraneo.
Cunningham, l'artefice di questa operazione, chiarì nel comunicato datato 28 febbraio 1941 che l'incursione era da considerarsi solo come un tentativo isolato.
Lo stesso giorno, Churchill fu informato circa il comunicato di Cunningham sull'esito dell'operazione e trasmise immediatamente un telegramma ad Anthony Eden, Segretario agli Esteri al Cairo, dicendo:
" Sono piuttosto perplesso per qualcosa che ancora non sono riuscito ad accertare su quanto accaduto a Castelrosso.
Il rapporto su Castelrosso non spiega esattamente quanti uomini siano effettivamente sbarcati; dove sono sbarcati; quanto hanno percorso; cos'hanno fatto; che prigionieri hanno fatto; quante perdite hanno subito; come sia  stato possibile che il nemico abbia potuto rafforzare la sua presenza dal mare nel momento in cui si supponeva che noi avessimo la supremazia marittima; quali sono state le forze navali e militari che hanno rafforzato il nemico; quando e da dove sono arrivati; com'è stato possibile che quando era già stata annunciata la conquista dell'isola, si sia scoperto solo allora che una grande nave da guerra nemica fosse entrata in porto; se abbiamo mai conquistato il porto e le difese attorno ad esso.
E' cresciuta anche l'ansietà a causa dei numerosi attacchi aerei.
Questo era prevedibile ?
Da dov'è provenuto ?
Dagli Italiani o dai Tedeschi ?
Prego accertare questi dettagli.
Per queste ragioni è di vitale importanza capire l'intera sequenza di questo piano per Lei e i nostri militari. "
Non è reperibile la risposta data da Eden a Churchill.
Il Comandante in Capo in Medio Oriente rispose in data 7 marzo 1941 dando maggiori informazioni sull'operazione, ma dando maggior risalto ai risultati sperati, anziché dire chiaramente che l'attacco nemico dal mare e lo sbarco di una forza molto superiore lo aveva costretto a ritirarsi dall'isola.
Ovviamente Churchill rimase molto perplesso dalle scarne informazioni ricevute e indirizzò quest'ulteriore lettera al Capo di Stato Maggiore generale Ismay:
" Mi sono state riferite solamente delle mistificazioni circa questa operazione ed è compito dello Stato Maggiore far maggior chiarezza.
Voglio sapere come sia stato possibile che la marina abbia consentito lo sbarco di così tanti rinforzi, quando in un affare del genere tutto dipende esclusivamente dalla capacità della marina di isolare tutta l'isola.
E' necessario chiarire questo punto per impedire che questo possa ripetersi in occasione di operazioni più importanti.
Nessuno dovrebbe far preoccupare la nostra nazione che ci sostiene in qualsiasi maniera ed è pertanto indispensabile che simili situazioni non abbiano a ripetersi mai più. "
Le precedenti interrogazioni di Churchill obbligarono Cunningham a dare ulteriori spiegazioni sull'operazione e i motivi per cui la marina non riuscì ad isolare l'isola e a rilevare i commandos.
Emersero così  tutte le divisioni che esistevano tra esercito e marina e fu chiaro come ognuno si incolpassero fra di loro per questo insuccesso.
L'esercito puntualizzò che la vicinanza delle basi aeree nemiche a Rodi non permettevano una difesa dell'isola in grande scala.
Dall'altra parte, la marina replicava che la condotta dei commandos in questa operazione, aveva molto da desiderare.
Nella sua autobiografia, Cunningham riporta una lettera che in seguito avrebbe scritto al Primo Lord del Mare:
" La presa e l'abbandono di Castelrosso è un'operazione fallita che non dà credito a nessuno.
Gli Italiani sono stati incredibilmente intraprendenti e non solo bombardarono l'isola, ma colpirono con precisione gli obiettivi e sbarcarono loro truppe dagli incrociatori.
Per qualche imprevisto, non funzionò il sistema radio dell'esercito che si trovò così senza alcuna informazione su quello che stava succedendo.
Questi commandos erano armati leggermente e apparentemente non si potevano difendere se seriamente attaccati.
Avevo inviato ulteriori 25 marines armati di mitragliatrici a bordo del Ladybird, ma qualche pazzoide ha poi dato l'ordine di reimbarcarli.
L'unica cosa che possiamo dire è che da questa esperienza abbiamo imparato molto e che non ripeteremo gli stessi errori. "
Queste divergenze e queste inconsistenti visioni dell'accaduto portarono inevitabilmente ad un'interrogazione convenzionata tra le varie parti in causa che ebbe luogo il 12 Marzo ad Alessandria d'Egitto.
Durante il procedimento, emerse che senza che Cunningham ne fosse a conoscenza,  il Comandante in Capo dell'operazione, Renouf, non stava bene in quel momento e perciò l'esecuzione del piano operativo andò avanti in maniera pericolosa e scoordinata.
Ancor prima che i risultati dell'interrogazione fossero noti, Churchill insistette per scoprire le cause di questo disastro:
" Quali altre misure disciplinari dobbiamo prendere su questo deplorevole pezzo di operazioni sbagliate che sono accadute dopo ben 18 mesi di esperienza in guerra ? "
Con l'interrogazione, vennero mosse nuove critiche sulle responsabilità della marina per non essere riuscita ad isolare l'isola.
Tuttavia i risultati finali dell'interrogazione non sono mai stati resi noti pubblicamente in quanto una regola Britannica prevede che certe informazioni di carattere militare non vengano divulgate prima che siano trascorsi almeno 100 anni dagli avvenimenti e pertanto tali risultanze potranno essere pubblicate non prima dell'anno 2041.
In totale nei quattro giorni dell'operazione morirono 14 militari italiani mentre i feriti furono 52.
Furono fatti prigionieri 12 italiani e fu confiscato un grande numero di armi e munizioni.
La stazione radio, la centrale elettrica il palazzo e la casa del Governatore furono seriamente danneggiate durante gli scontri.
Da parte Britannica i morti furono 5, 11 i feriti e 27 furono i dispersi durante la precipitosa evacuazione.
Di questi 27 dispersi, 7 non furono mai più rintracciati.
Come punizione per l'assistenza data da alcuni locali ai commandos Britannici, gli Italiani arrestarono 29 cittadini locali maschi sospettati di "attività contro lo stato" e furono deportati prima a Rodi, poi a Coo e infine a Brindisi per essere processati.
Molti di questi non ritornarono mai più nell'isola.
L'esodo della popolazione da Castelrosso continuò ininterrottamente.