giovedì 21 settembre 2017
21 SETTEMBRE 1943 INSURREZIONE E STRAGE DI MATERA 2
Matera fu la prima città del Mezzogiorno a insorgere contro i tedeschi, per tale motivo la stessa è stata insignita della Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’ 8 settembre a Matera c’è un piccolo presidio con un comando di sottozona e un battaglione allievi avieri. All’annuncio dell ’armistizio gli ufficiali si dividono: alcuni partono per il Nord dietro l'ex seniore della milizia Meloni, resta a Matera la maggioranza. Al comando della sottozona c’è il prof. Francesco Nitti, ufficiale di complemento. Gli alleati sono in arrivo, le retroguardie germaniche bruciano i carri-merci della ferrovia lucana e due motrici; i soldati razziano i negozi. Il Palazzo della Milizia viene occupato dai paracadutisti tedeschi. Iniziano i rastrellamenti fra il 18 e il 20 dodici ostaggi, vengono rinchiusi nella caserma della milizia e minato l’edificio. Il 21 si odono i rumori degli ormai vicini combattimenti fra alleati e tedeschi. Verso le 17 in via San Biagio nella oreficeria Caione, alcuni soldati tedeschi si fanno aprire le vetrine, intascano anelli e orologi. Quando stanno per uscire con il bottino due italiani tirano fuori la rivoltella e sparano. Un tedesco cade nel negozio, l’altro ferito esce in strada ed è finito con una bomba a mano. Scatta l’allarme, i tedeschi accorrono. Sparano gli ex militari che si sono tenuti un’arma in casa, e i civili a cui Francesco Nitti distribuisce fucili e munizioni. Si combatte nel rione San Biagio, attorno alla piazza Grande. Emanuele Manicone, esattore della Elettrica Lucana, corre per le vie del centro urlando: «Hanno ammazzato due tedeschi!». Poi vede un maresciallo nazista da un barbiere, gli si getta contro con un coltello, lo ferisce, lo disarma; poi si dirige alla caserma delle guardie di finanza per guidarli al combattimento e morire colpito da una raffica. La battaglia si allarga. I tedeschi vanno alla cabina di distribuzione dell’ elettricità; minano gli impianti, fucilano due ingegneri della Lucana. Alle 18 si ode il boato: è saltata la caserma della milizia con gli ostaggi, solo uno dei dodici è scampato. All’alba si aspetta un attacco tedesco, arrivano invece i canadesi.
A ricordo della strage, in città e' stato eretto un cippo in marmo nei pressi del palazzo della Milizia, sul quale sono riportati i nomi delle vittime.
mercoledì 13 settembre 2017
12 SETTEMBRE 1944 LA DEPORTAZIONE DEL QUESTORE DI FIUME
La controversa figura di Giovanni Palatucci
Iscritto al Partito Nazionale Fascista, nel 1932 conseguì la laurea in giurisprudenza presso l'Università di Torino.
Nel 1936 giurò come volontario vice commissario di pubblica sicurezza, e nel 1937 venne trasferito alla questura di Fiume come
responsabile dell'ufficio stranieri e poi come commissario e
questore reggente. Nel novembre 1943 Fiume, pur facente parte della Repubblica
Sociale Italiana, di fatto entrò a far parte della
cosiddetta Zona
d'operazioni del Litorale adriatico, controllata direttamente dalle truppe
tedesche per ragioni d'importanza strategica e il comando militare della città
passò al capitano delle SS Hoepener. Pur avvisato del pericolo che
correva personalmente, decise di rimanere al suo posto, Per
contrastare l'azione del comando tedesco, Palatucci vietò il rilascio di
certificati alle autorità naziste se non su esplicati autorizzazione, così da
poter aver notizia anticipata dei rastrellamenti e poterne dar avviso. Inoltre
inviava relazioni ufficiali al governo della Repubblica Sociale Italiana per
segnalare continue vessazioni, limitazioni nello svolgere le proprie attività e
il disarmo dei poliziotti italiani da parte dei tedeschi. Egli si preoccupò
anche dell'istituzione di uno "Stato Libero di Fiume", per far sì che
questo territorio, che correva il rischio di dover venir ceduto dall'Italia alla Jugoslavia,
mantenesse una sua indipendenza. Fu proprio con l'accusa formale di
cospirazione e intelligenza con il nemico in seguito al «rinvenimento di un
piano relativo alla sistemazione di Fiume come città indipendente, tradotto in
lingua inglese» che il 13 settembre 1944 venne arrestato dai militari tedeschi e
tradotto nel carcere di Trieste Il 22 ottobre venne
trasferito nel campo di lavoro forzato di Dachau, con il
numero 117826, dove morì di stenti il 10 febbraio 1945, a soli 36 anni, 78
giorni prima della liberazione del campo.
Nel 1952 lo zio vescovo Giuseppe Maria
Palatucci raccontò che il nipote durante la sua permanenza a Fiume aveva
salvato «numerosissimi israeliti». Da allora Giovanni Palatucci è salito agli
onori sia in Israele (dove è Giusto tra le nazioni dal 1990), sia presso la
Chiesa cattolica (per la quale è Servo di Dio dal 2004), sia presso la
Repubblica Italiana (per la quale è Medaglia d'oro al merito civile dal 1995). Secondo
lo storico Michele
Sarfatti è avvenuto che «il sistema delle onoranze nei confronti
di Giovanni Palatucci ha preceduto il lavoro di ricerca storica. Questo è il
motivo per cui a lui sono state attribuite in modo acritico azioni che nessuno
aveva mai verificato essere state compiute veramente da lui». Già nel luglio 1952 un memorandum del
Ministero degli Interni, aveva escluso che Palatucci avesse compiuto un
salvataggio di massa, ma nessuno fece approfondite ricerche documentali. Stando alla ricerca del Centro Primo Levi, in
base all'esame di circa 700 documenti finora inediti, Palatucci andrebbe
descritto come uno zelante esecutore della deportazione degli ebrei presenti a
Fiume, nel suo incarico di responsabile dell'applicazione delle leggi razziali
fasciste. Quindi come avrebbe fatto Palatucci a salvare oltre 5.000 ebrei se dai
documenti esaminati è emerso che nel 1943 Fiume contava solo 500 ebrei, la
maggior parte dei quali, 412, pari all'80%, finì proprio ad Auschwitz. Anche
il museo Yad Vashem e la Santa Sede hanno
avviato accertamenti. L'Osservatore Romano,
seppure con qualche riserva, ha ammesso che «sul caso Palatucci le ricerche
storiche di prima mano sono state poche, che numeri e fatti sono stati
sottoposti ad interpretazioni agiografiche. Nel 2013 il Centro Primo Levi ha
avanzato alcuni dubbi sulla corretta ricostruzione storica delle vicende legate
alla figura di Palatucci. A seguito di questa ricerca la figura di Palatucci è
stata rimossa da un'esposizione al Museo dell'Olocausto di Washington e lo Yad
Vashem e il Vaticano hanno iniziato a esaminare la nuova documentazione emersa,
ed è anche probabile che in seguito alle ricerche in corso i numeri andranno
ridimensionati, che alcuni eventi andranno riletti” Ad oggi la situazione non è
ancora stata chiarita del tutto.
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| Giovanni Palatucci con alcuni suoi collaboratoti della Questura di Fiume |
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| 29 aprile 1945 dopo meno di due mesi dalla morte di Palatucci nel campo di Dachau, i prigionieri sopravvissuti vengono liberati dagli americani |
venerdì 8 settembre 2017
8 SETTEMBRE 1943 l'Italia si arrende
Dopo la sigla dell'armistizio di Cassibile, fra Regno d'Italia e gli alleati firmato in segreto il 3 settembre, il maresciallo Pietro Badoglio in qualità di Capo del governo riunì il governo solo per annunciare che le trattative per la resa erano "iniziate". Gli Alleati, da parte loro, fecero pressioni sullo stesso Badoglio affinché rendesse pubblico il passaggio di campo dell'Italia, ma il maresciallo tergiversò. La risposta degli anglo-americani fu drammatica: gli aerei alleati scaricarono bombe sulle città della penisola. Nei giorni dal 5 al 7 settembre i bombardamenti furono intensi: oltre 130 aerei B-17 ("Fortezze volanti") attaccarono Civitavecchia e Viterbo. Il 6 fu la volta di Napoli. Perdurando l'incertezza da parte italiana, gli Alleati decisero di annunciare autonomamente l'avvenuto armistizio: l'8 settembre, alle 17:30 (le 18:30 in Italia), il generale Dwight Eisenhower lesse il proclama ai microfoni di Radio Algeri. Poco più di un'ora dopo, precisamente alle 19,42 dai microfoni dell' EIAR Badoglio annunciò alla popolazione italiana l'entrata in vigore dell' armistizio di Cassibile, firmato con gli anglo-americani come detto il giorno 3 dello stesso mese.
« Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".
Nel paese di svolsero manifestazioni di giubilo pensando che la guerra fosse finita. In realtà stava per iniziare il periodo più drammatico, quello che portò alla guerra civile. Gli alleati non prenderanno mai in seria considerazione il governo Badoglio per come fu gestita la vicenda armistiziale, i tedeschi lo presero per quello che era, un tradimento e immediatamente dettero inizio all'Operazione Achse ("asse"), nome in codice del piano elaborato dall'Oberkommando der Wehrmacht (OKW) per controbattere l'uscita dell'Italia dalla guerra, neutralizzare le sue forze armate schierate nei vari teatri bellici del Mediterraneo ed occupare militarmente la penisola. L'operazione, pianificata da Hitler e dal comando tedesco fin dal maggio 1943 in previsione di un possibile crollo del Fascismo e di una defezione italiana, si concluse con il pieno successo della Wehrmacht che, approfittando anche del disorientamento dei reparti di truppa e della disgregazione delle strutture dirigenti italiane dopo l'armistizio dell'8 settembre, in pochi giorni sopraffece gran parte delle forze armate dell'ex-alleato, catturando centinaia di migliaia di soldati che furono in gran parte internati in Germania come lavoratori coatti, e si impadronì di un cospicuo bottino di armi ed equipaggiamenti. Dal punto di vista strategico la Wehrmacht riuscì ad occupare l'Italia centro-settentrionale ed i vasti territori occupati dalle forze italiane nei Balcani, nel Mare Egeo e nella Francia meridionale e poté contare sul potenziale industriale italiano e sulla sua manodopera.
martedì 5 settembre 2017
LA GUERRA SUL MAR NERO L’unica volta in cui la Germania chiese aiuto all’Italia
LA GUERRA SUL MAR NERO
L’unica volta in cui la Germania chiese aiuto all’Italia
Il 4 gennaio 1942 il comandante della Kriegsmarine Grand Ammirgaglio Erich Raeder, avanzava al comando della Regia Marina una richiesta di collaborazione per la guerra sul Mar Nero. Il piano originale per l'attacco all'Unione Sovietica assegnava scarsissima importanza alle operazioni navali nel Mar Nero, ma già dopo poche settimane dall'inizio delle ostilità il comando tedesco si rese conto che il controllo incontrastato delle acque del bacino consentiva ai sovietici di sostenere i reparti a terra con fuoco di artiglieria pesante, portare rinforzi alle guarnigioni isolate ed evacuare reparti accerchiati; vista l'esiguità dei mezzi a disposizione della Marina militare romena per contrastare le manovre dei sovietici, il comando della Kriegsmarine iniziò i preparativi per trasferire nel bacino propri reparti di motosiluranti e sommergibili, ma, impressionato dagli ottimi risultati ottenuti dai mezzi d'assalto italiani della Xª Flottiglia MAS nel Mediterraneo, avanzò alla Regia Marina una richiesta per la fornitura di un contingente di unità sottili da impiegare contro i sovietici: questa fu l'unica occasione in cui i tedeschi richiesero esplicitamente il supporto militare degli italiani. La richiesta fu favorevolmente accolta dal comando della Regia Marina, desideroso di controbilanciare l'intervento degli U-boot tedeschi nel teatro del Mediterraneo. Si decise di allestire una flottiglia mista di mezzi siluranti e d'assalto, con inizialmente un organico di quattro MAS (organizzati nella 19ª Squadriglia), cinque barchini esplosivi del tipo "Motoscafo Turismo Modificato" (MTM) e cinque motoscafi siluranti tipo "Motoscafo Turismo Silurante Modificato" (MTSM) di nuovo tipo; si aggiunsero poi i primi sei esemplari di una nuova classe di sommergibili tascabili, la classe CB, appena consegnati alla Regia Marina, i quali formarono la 1ª Squadriglia sommergibili "CB". La guida della formazione fu assegnata al capitano di fregata Francesco Mimbelli, già distintosi nel corso della battaglia di Creta al comando della torpediniera Lupo. I MAS selezionati furono riuniti a Venezia e partirono per il Mar Nero il 22 aprile 1942: sotto la direzione di una ditta di trasporti eccezionali, la Società Fumagalli di Milano, fu organizzata un'autocolonna per il trasporto via terra attraverso il passo del Brennero fino a Vienna, caricando i MAS, privi di sovrastrutture, motori e armi, su speciali carrelli da trasporto trainati da autocarri; una volta a Vienna i MAS furono riattrezzati e scesero poi il corso del Danubio fino a raggiungere il porto romeno di Costanza il 2 maggio; i CB partirono per ferrovia da La Spezia il 25 aprile dopo essere stati alleggeriti delle sovrastrutture, che furono poi rimontate una volta che i battelli raggiunsero Costanza sempre il 2 maggio. Per il trasporto di barchini e motoscafi siluranti, infine, fu organizzata un'apposita autocolonna di 28 mezzi (ribattezzata "Autocolonna Moccagatta" in onore del capitano di fregata Vittorio Moccagatta, caduto nel precedente attacco a Malta del luglio 1941) completa di tutte le attrezzature per l'approntamento e la manutenzione dei mezzi, che partita da La Spezia il 5 maggio raggiunse la base avanzata di Foros, sulla punta meridionale della penisola di Crimea, il 23 maggio seguente. L’insieme dei MAS delle MTSM e dei CB fu riunita nella 4^ Flottiglia MAS. Già il 29 maggio i MAS eseguirono la loro prima missione di guerra nel Mar Nero, in netto anticipo sulle corrispondenti unità di motosiluranti tedesche, ancora in approntamento. Il 5 giugno, completato il loro allestimento e arrivato il carburante necessario, i primi tre CB lasciarono Costanza alla volta della nuova base avanzata di Jalta, sempre in Crimea, e durante il trasferimento il CB 2 eseguì un attacco senza esito a un sommergibile sovietico; gli altri tre CB raggiunsero Jalta l'11 giugno seguente. I mezzi italiani furono subito destinati al contrasto delle missioni di rifornimento della piazzaforte sovietica di Sebastopoli, sotto assedio da parte di tedeschi e romeni dall'ottobre 1941. Fu nella notte del 10 giugno che il s.t.v. Aldo Massarini, mentre era in navigazione a bordo dell’M.T.S.M. 216 nelle acque di Sebastopoli, si avvide di un’unità la cui sagoma gli era familiare. Si trattava del cacciatorpediniere Tashkent, era la seconda volta che lo vedeva. La prima volta l’aveva visto a Livorno, al momento del varo.
Massarini attaccò il sovietico Tashkent a una distanza di circa 80 metri ma, purtroppo, il siluro, forse perché lanciato troppo da vicino, non deflagrò. Grande dovette essere lo sconforto del giovane ufficiale che, nel fare rapporto, una volta rientrato, sembra non potette trattenere le lacrime. La scena fu tale che l’Ammiraglio tedesco Schuster, presente al rapporto del giovane, si tolse dal petto la croce di ferro e l’appuntò alla giacca del giovane Sottotenente di Vascello. Il s.t.v. Massarini avrebbe avuto la possibilità di rifarsi al largo di Chersosene, nella serata del 13 giugno, colpendo col siluro e danneggiando gravemente un mercantile da 10.000 tonnellate. L’unità sovietica sarebbe stata poi affondata, il giorno seguente, dagli aerei tedeschi mentre veniva rimorchiata a Sebastopoli. Il 13 giugno, mentre si trovava all'ancora a Jalta, il CB 5 fu affondato da una motosilurante sovietica penetrata all'interno del porto sotto la copertura di un attacco aereo. Il 15 giugno e il 18 giugno, nel corso di missioni notturne di agguato al largo di Sebastopoli, rispettivamente il CB 3 e il CB 2 affondarono due sommergibili sovietici. Il 18 giugno un duro scontro coinvolse due MAS italiani e un convoglio sovietico composto da alcune motozattere scortate da sei cannoniere: un trasporto sovietico fu dato per affondatoIl 19 giugno il MAS-571 coglieva il primo vero successo, nonché uno dei più importanti, al largo di Jalta, Avvistato il sommergibile sovietico ShCh-214 che trasportava personale evacuato da Sebastopoli, lo attacca con un siluro centrando l’unita che affonda poco dopo. L’unita sovietica era il miglior battello operante nel Mar Nero per numero di vittorie conseguire, esso aveva infatti affondato 5 velieri turchi e la petroliera italiana Torcello. Tra il 27 e il 28 giugno le unità italiane furono impegnate nel simulare un tentativo di sbarco lungo la punta meridionale della Crimea, onde distrarre i difensori sovietici da un assalto anfibio tedesco attraverso la baia di Severnaya più a nord: nell'unico impiego dei barchini esplosivi nel Mar Nero, il MTM 80 fu lanciato e fatto esplodere contro le ostruzioni del porto di Balaclava. Nel pomeriggio del 2 luglio, poi, i cinque MTSM italiani furono le prime unità dell'Asse a entrare a Balaclava stessa, ormai sgombrata dei sovietici, passando indenni attraverso gli sbarramenti di mine navali grazie al loro basso pescaggio. A partire dal maggio 1942 e fino alla conclusione dell'assedio di Sebastopoli il 4 luglio i quattro Mas effettuarono 65 missioni di guerra, mentre i motoscafi siluranti e i sommergibili CB ne compirono, rispettivamente, cinquantasei e ventiquattro. In luglio le unità italiane iniziarono a spostare il loro teatro operativo verso la sezione orientale del bacino del Mar Nero e nel Mar d'Azov, in appoggio alle forze dell'Asse in marcia verso la regione del Caucaso; oltre a Jalta, il porto di Feodosia fu scelto come base della 4ª Flottiglia, il cui organico fu accresciuto dall'arrivo dall'Italia di altri quattro MAS trasferiti con le medesime modalità dei precedenti. Nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1942, i MAS 573 e 568 sorpresero l'incrociatore Molotov e il cacciatorpediniere conduttore Kharkov a sud-ovest di Kerč' mentre rientravano da una missione di intercettamento del traffico tedesco e di bombardamento del porto di Feodosia: il MAS-568 riuscì a colpire il Molotov con un siluro provocando gravissimi danni a poppa mentre il Kharkov fu leggermente danneggiato da alcune cariche di profondità sganciate dalle unità italiane in fase di disimpegno; il Molotov riuscì a raggiungere Batumi, dove rimase fuori uso per le riparazioni fino alla fine del luglio 1943.
Il 6 settembre il MAS 568 sorprese e colò a picco a sud di Anapa un piroscafo da 3.000 tonnellate di stazza; il 9 settembre invece i MAS 571 e 573 furono affondati nel loro ancoraggio di Jalta da un'incursione aerea sovietica, la quale portò anche al danneggiamento di altre tre unità italiane: per rimpiazzare i due battelli perduti, altrettanti MAS arrivarono dall'Italia nell'ottobre 1942. L'avanzata delle forze dell'Asse nella Russia meridionale fece avviare i preparativi perché quattro MAS e i mezzi speciali della colonna "Moccagatta" potessero essere trasferiti nel bacino del mar Caspio, ma il brusco cambiamento della situazione strategica dato dallo svolgimento della battaglia di Stalingrado fece ben presto accantonare simili progetti. L'attività dei mezzi italiani nel Mar Neo si svolse negli ultimi mesi del 1942 e nei primi mesi del 1943 senza particolari eventi, ostacolata dalla scarsità di bersagli da attaccare e dalla carenza di combustibile per operare; il 12 maggio 1943 il MAS 572 andò perduto nel corso di una missione dopo essere entrato in collisione con il pari tipo 566 a causa della fitta nebbia. Dopo una serie di discussioni tra italiani e tedeschi nel maggio 1943 fu convenuto di terminare la partecipazione italiana alle operazioni nel teatro del Mar Nero: dopo un'ultima missione al largo delle coste sovietiche il 13 maggio, i sette superstiti MAS furono consegnati il 20 maggio alle autorità tedesche nel porto di Jalta, e la Kriegsmarine provvide ad armarli con equipaggi nel frattempo addestrati in Italia; i mezzi speciali della colonna "Moccagatta", di fatto scarsamente impiegati dopo la fine dell'assedio di Sebastopoli, erano nel frattempo già stati fatti rientrare in patria a partire dal marzo 1943. Regia Marina e Kriegsmarine non riuscirono a pervenire a un accordo per la cessione dei CB, i quali, dopo un periodo di lavori e riposo nel porto di Costanza, continuarono a operare in Mar Nero con equipaggi italiani ridislocandosi nel luglio 1943 a Sebastopoli; il 26 agosto il CB 4 ottenne un ultimo successo affondando il sommergibile sovietico Šč-203 Kambala. Il battello era in navigazione per una campagna offensiva e nel corso dell’operazione perirorono tutti i 45 mebri dell’equipaggio.
L'annuncio dell'Armistizio di Cassibile l'8 settembre 1943 colse i sommergibili italiani nella loro base di Sebastopoli: gli equipaggi continuarono a operare a fianco dei tedeschi fino al 29 novembre, quando tutti i battelli furono trasferiti a Costanza dove il personale fu internato dalle autorità romene; dopo lunghe e complesse trattative tra Romania e Repubblica Sociale Italiana, il controllo dei mezzi fu formalmente restituito alla Marina Nazionale Repubblicana nel luglio 1944, la quale tuttavia fu in grado di rimettere in condizioni operative un'unica unità, il CB 3, autoaffondato poi al momento della resa romena all'URSS nell'agosto seguente. I quattro superstiti CB Si autoaffondarono nel porto di Odessa, il 25 agosto 1944, prima dell’arrivo delle truppe russe. In seguito vennero recuperati per essere impiegati per prove ed esperimenti.L’unica volta in cui la Germania chiese aiuto all’Italia
Il 4 gennaio 1942 il comandante della Kriegsmarine Grand Ammirgaglio Erich Raeder, avanzava al comando della Regia Marina una richiesta di collaborazione per la guerra sul Mar Nero. Il piano originale per l'attacco all'Unione Sovietica assegnava scarsissima importanza alle operazioni navali nel Mar Nero, ma già dopo poche settimane dall'inizio delle ostilità il comando tedesco si rese conto che il controllo incontrastato delle acque del bacino consentiva ai sovietici di sostenere i reparti a terra con fuoco di artiglieria pesante, portare rinforzi alle guarnigioni isolate ed evacuare reparti accerchiati; vista l'esiguità dei mezzi a disposizione della Marina militare romena per contrastare le manovre dei sovietici, il comando della Kriegsmarine iniziò i preparativi per trasferire nel bacino propri reparti di motosiluranti e sommergibili, ma, impressionato dagli ottimi risultati ottenuti dai mezzi d'assalto italiani della Xª Flottiglia MAS nel Mediterraneo, avanzò alla Regia Marina una richiesta per la fornitura di un contingente di unità sottili da impiegare contro i sovietici: questa fu l'unica occasione in cui i tedeschi richiesero esplicitamente il supporto militare degli italiani. La richiesta fu favorevolmente accolta dal comando della Regia Marina, desideroso di controbilanciare l'intervento degli U-boot tedeschi nel teatro del Mediterraneo. Si decise di allestire una flottiglia mista di mezzi siluranti e d'assalto, con inizialmente un organico di quattro MAS (organizzati nella 19ª Squadriglia), cinque barchini esplosivi del tipo "Motoscafo Turismo Modificato" (MTM) e cinque motoscafi siluranti tipo "Motoscafo Turismo Silurante Modificato" (MTSM) di nuovo tipo; si aggiunsero poi i primi sei esemplari di una nuova classe di sommergibili tascabili, la classe CB, appena consegnati alla Regia Marina, i quali formarono la 1ª Squadriglia sommergibili "CB". La guida della formazione fu assegnata al capitano di fregata Francesco Mimbelli, già distintosi nel corso della battaglia di Creta al comando della torpediniera Lupo. I MAS selezionati furono riuniti a Venezia e partirono per il Mar Nero il 22 aprile 1942: sotto la direzione di una ditta di trasporti eccezionali, la Società Fumagalli di Milano, fu organizzata un'autocolonna per il trasporto via terra attraverso il passo del Brennero fino a Vienna, caricando i MAS, privi di sovrastrutture, motori e armi, su speciali carrelli da trasporto trainati da autocarri; una volta a Vienna i MAS furono riattrezzati e scesero poi il corso del Danubio fino a raggiungere il porto romeno di Costanza il 2 maggio; i CB partirono per ferrovia da La Spezia il 25 aprile dopo essere stati alleggeriti delle sovrastrutture, che furono poi rimontate una volta che i battelli raggiunsero Costanza sempre il 2 maggio. Per il trasporto di barchini e motoscafi siluranti, infine, fu organizzata un'apposita autocolonna di 28 mezzi (ribattezzata "Autocolonna Moccagatta" in onore del capitano di fregata Vittorio Moccagatta, caduto nel precedente attacco a Malta del luglio 1941) completa di tutte le attrezzature per l'approntamento e la manutenzione dei mezzi, che partita da La Spezia il 5 maggio raggiunse la base avanzata di Foros, sulla punta meridionale della penisola di Crimea, il 23 maggio seguente. L’insieme dei MAS delle MTSM e dei CB fu riunita nella 4^ Flottiglia MAS. Già il 29 maggio i MAS eseguirono la loro prima missione di guerra nel Mar Nero, in netto anticipo sulle corrispondenti unità di motosiluranti tedesche, ancora in approntamento. Il 5 giugno, completato il loro allestimento e arrivato il carburante necessario, i primi tre CB lasciarono Costanza alla volta della nuova base avanzata di Jalta, sempre in Crimea, e durante il trasferimento il CB 2 eseguì un attacco senza esito a un sommergibile sovietico; gli altri tre CB raggiunsero Jalta l'11 giugno seguente. I mezzi italiani furono subito destinati al contrasto delle missioni di rifornimento della piazzaforte sovietica di Sebastopoli, sotto assedio da parte di tedeschi e romeni dall'ottobre 1941. Fu nella notte del 10 giugno che il s.t.v. Aldo Massarini, mentre era in navigazione a bordo dell’M.T.S.M. 216 nelle acque di Sebastopoli, si avvide di un’unità la cui sagoma gli era familiare. Si trattava del cacciatorpediniere Tashkent, era la seconda volta che lo vedeva. La prima volta l’aveva visto a Livorno, al momento del varo.
Massarini attaccò il sovietico Tashkent a una distanza di circa 80 metri ma, purtroppo, il siluro, forse perché lanciato troppo da vicino, non deflagrò. Grande dovette essere lo sconforto del giovane ufficiale che, nel fare rapporto, una volta rientrato, sembra non potette trattenere le lacrime. La scena fu tale che l’Ammiraglio tedesco Schuster, presente al rapporto del giovane, si tolse dal petto la croce di ferro e l’appuntò alla giacca del giovane Sottotenente di Vascello. Il s.t.v. Massarini avrebbe avuto la possibilità di rifarsi al largo di Chersosene, nella serata del 13 giugno, colpendo col siluro e danneggiando gravemente un mercantile da 10.000 tonnellate. L’unità sovietica sarebbe stata poi affondata, il giorno seguente, dagli aerei tedeschi mentre veniva rimorchiata a Sebastopoli. Il 13 giugno, mentre si trovava all'ancora a Jalta, il CB 5 fu affondato da una motosilurante sovietica penetrata all'interno del porto sotto la copertura di un attacco aereo. Il 15 giugno e il 18 giugno, nel corso di missioni notturne di agguato al largo di Sebastopoli, rispettivamente il CB 3 e il CB 2 affondarono due sommergibili sovietici. Il 18 giugno un duro scontro coinvolse due MAS italiani e un convoglio sovietico composto da alcune motozattere scortate da sei cannoniere: un trasporto sovietico fu dato per affondatoIl 19 giugno il MAS-571 coglieva il primo vero successo, nonché uno dei più importanti, al largo di Jalta, Avvistato il sommergibile sovietico ShCh-214 che trasportava personale evacuato da Sebastopoli, lo attacca con un siluro centrando l’unita che affonda poco dopo. L’unita sovietica era il miglior battello operante nel Mar Nero per numero di vittorie conseguire, esso aveva infatti affondato 5 velieri turchi e la petroliera italiana Torcello. Tra il 27 e il 28 giugno le unità italiane furono impegnate nel simulare un tentativo di sbarco lungo la punta meridionale della Crimea, onde distrarre i difensori sovietici da un assalto anfibio tedesco attraverso la baia di Severnaya più a nord: nell'unico impiego dei barchini esplosivi nel Mar Nero, il MTM 80 fu lanciato e fatto esplodere contro le ostruzioni del porto di Balaclava. Nel pomeriggio del 2 luglio, poi, i cinque MTSM italiani furono le prime unità dell'Asse a entrare a Balaclava stessa, ormai sgombrata dei sovietici, passando indenni attraverso gli sbarramenti di mine navali grazie al loro basso pescaggio. A partire dal maggio 1942 e fino alla conclusione dell'assedio di Sebastopoli il 4 luglio i quattro Mas effettuarono 65 missioni di guerra, mentre i motoscafi siluranti e i sommergibili CB ne compirono, rispettivamente, cinquantasei e ventiquattro. In luglio le unità italiane iniziarono a spostare il loro teatro operativo verso la sezione orientale del bacino del Mar Nero e nel Mar d'Azov, in appoggio alle forze dell'Asse in marcia verso la regione del Caucaso; oltre a Jalta, il porto di Feodosia fu scelto come base della 4ª Flottiglia, il cui organico fu accresciuto dall'arrivo dall'Italia di altri quattro MAS trasferiti con le medesime modalità dei precedenti. Nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1942, i MAS 573 e 568 sorpresero l'incrociatore Molotov e il cacciatorpediniere conduttore Kharkov a sud-ovest di Kerč' mentre rientravano da una missione di intercettamento del traffico tedesco e di bombardamento del porto di Feodosia: il MAS-568 riuscì a colpire il Molotov con un siluro provocando gravissimi danni a poppa mentre il Kharkov fu leggermente danneggiato da alcune cariche di profondità sganciate dalle unità italiane in fase di disimpegno; il Molotov riuscì a raggiungere Batumi, dove rimase fuori uso per le riparazioni fino alla fine del luglio 1943.
Il 6 settembre il MAS 568 sorprese e colò a picco a sud di Anapa un piroscafo da 3.000 tonnellate di stazza; il 9 settembre invece i MAS 571 e 573 furono affondati nel loro ancoraggio di Jalta da un'incursione aerea sovietica, la quale portò anche al danneggiamento di altre tre unità italiane: per rimpiazzare i due battelli perduti, altrettanti MAS arrivarono dall'Italia nell'ottobre 1942. L'avanzata delle forze dell'Asse nella Russia meridionale fece avviare i preparativi perché quattro MAS e i mezzi speciali della colonna "Moccagatta" potessero essere trasferiti nel bacino del mar Caspio, ma il brusco cambiamento della situazione strategica dato dallo svolgimento della battaglia di Stalingrado fece ben presto accantonare simili progetti. L'attività dei mezzi italiani nel Mar Neo si svolse negli ultimi mesi del 1942 e nei primi mesi del 1943 senza particolari eventi, ostacolata dalla scarsità di bersagli da attaccare e dalla carenza di combustibile per operare; il 12 maggio 1943 il MAS 572 andò perduto nel corso di una missione dopo essere entrato in collisione con il pari tipo 566 a causa della fitta nebbia. Dopo una serie di discussioni tra italiani e tedeschi nel maggio 1943 fu convenuto di terminare la partecipazione italiana alle operazioni nel teatro del Mar Nero: dopo un'ultima missione al largo delle coste sovietiche il 13 maggio, i sette superstiti MAS furono consegnati il 20 maggio alle autorità tedesche nel porto di Jalta, e la Kriegsmarine provvide ad armarli con equipaggi nel frattempo addestrati in Italia; i mezzi speciali della colonna "Moccagatta", di fatto scarsamente impiegati dopo la fine dell'assedio di Sebastopoli, erano nel frattempo già stati fatti rientrare in patria a partire dal marzo 1943. Regia Marina e Kriegsmarine non riuscirono a pervenire a un accordo per la cessione dei CB, i quali, dopo un periodo di lavori e riposo nel porto di Costanza, continuarono a operare in Mar Nero con equipaggi italiani ridislocandosi nel luglio 1943 a Sebastopoli; il 26 agosto il CB 4 ottenne un ultimo successo affondando il sommergibile sovietico Šč-203 Kambala. Il battello era in navigazione per una campagna offensiva e nel corso dell’operazione perirorono tutti i 45 mebri dell’equipaggio.
L'annuncio dell'Armistizio di Cassibile l'8 settembre 1943 colse i sommergibili italiani nella loro base di Sebastopoli: gli equipaggi continuarono a operare a fianco dei tedeschi fino al 29 novembre, quando tutti i battelli furono trasferiti a Costanza dove il personale fu internato dalle autorità romene; dopo lunghe e complesse trattative tra Romania e Repubblica Sociale Italiana, il controllo dei mezzi fu formalmente restituito alla Marina Nazionale Repubblicana nel luglio 1944, la quale tuttavia fu in grado di rimettere in condizioni operative un'unica unità, il CB 3, autoaffondato poi al momento della resa romena all'URSS nell'agosto seguente. I quattro superstiti CB Si autoaffondarono nel porto di Odessa, il 25 agosto 1944, prima dell’arrivo delle truppe russe. In seguito vennero recuperati per essere impiegati per prove ed esperimenti.
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| Gli scafi dei MAS diretti sul Mar Nero, dai quali sono state smontate tutte le sovrastrutture, attraversano l'Europa |
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| Il MAS-571 in azione nel Mar Nero |
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| Il sommergibile sovietico ShCH-203 Kambala affondato dal CB-4 il 26 Agosto 1943 |
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| Il sommergibile sovietico ShCh-214 affondatto dal MAS-571 |
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| Un minisommergibile italiano classe CB in porto nel Mar Nero |
martedì 29 agosto 2017
I CIMITERI MILITARI POLACCHI IN ITALIA Polars Military Cimiters in Italy
Il Corpo d'armata polacco comandato dal generale Wladyslaw Anders, si costituì con i circa 160.000 prigionieri polacchi nell'ex Unione Sovietica, che ottennero il permesso di formare un corpo d'armata contro l'esercito tedesco. Trasferitisi dalla Russia alla Persia, quindi in Palestina, i soldati polacchi vennero impiegati anche in Italia come II Corpo d'armata inquadrati nell'VIII Armata britannica.
Il primo sorge a MONTECASSINO dove sono seppelliti (1.051 ne riporta l'elenco all'ingresso) del secondo corpo d'armata polacco ed è presente anche la tomba del generale Anders, morto nel 1970 a Londra, ma che secondo le sue volontà è qui sepolto con i suoi uomini . Altri 51 sono i corpi di soldati caduti nella battaglia di Montecassino sepolti in altri cimiteri della zona. Poco oltre l'ingresso, sulla sinistra, sorge il Museo Memoriale del secondo Corpo d'Armata Polacco, inaugurato il 17 maggio 2014, in occasione del 70º Anniversario della battaglia di Monteccassino, realizzato grazie all'iniziativa dell'"Associazione Generale dei Polacchi in Italia" in collaborazione con l'ambasciata di Polonia a Roma. Un iscrizione che si trova presso il cimitero di Montecassino recita „Hanno dato l’anima a Dio, il cuore alla Polonia ed il corpo alla terra italiana”. Il cimitero polacco è uno dei cinque cimiteri di guerra presenti nel cassinate, insieme a quello tedesco (nella frazione di Caira), italiano (a Mignano Monte Lungo), francese (a Venafro) e a quello del Commonwealth (a Cassino)
Il quarto cimitero, si trova a CASAMASSIMA, nei pressi di Bari. Custodisce le tombe dei 429 soldati polacchi caduti nei combattimenti lungo la Linea Gustav sul fiume Sangro o deceduti nell'ospedale militare di Casamassima e in altri ospedali di Bari e di Napoli a seguito delle ferite riportate nelle diverse battaglie che, videro coinvolti i militati polacchi sul suolo italiano. Il cimitero ha una pianta rettangolare e non è diviso in settori interni. Questo significa che le tombe ortodosse, ebraiche e musulmane si trovano insieme a quelle cattoliche, a riprova del fatto che tra i soldati del 2º Corpo le differenze di religione non avevano importanza. Al centro si trova un altare con l'immagine della Madonna della Porta dell'Auroa di Vilnius e l'iscrizione in latino "NE VI IUS OPPRIMATUR FORTITER ET NOBILITER CECIDERUNT"„Sono morti per un’idea, per non permettere che la forza comandasse sulla legge”. Nel cimitero di Casamassima, oltre ai soldati del II Corpo, ci sono anche i corpi dei piloti caduti nel 1944 nel tentativo di lanciare rifornimenti, aiuti alimentari e sanitari sulla città di Varsavia. (la rivolta di Varsavia).
Durante
la battaglia per la conquista di Ancona con le truppe polacche, era inquadrato anche il CIL, il Corpo Italiano di Liberazione
comandato dal generale Utili ed
altre formazioni. I soldati polacchi fornirono un grande contributo alla campagna d’Italia,
combattendo duramente, con coraggio e sacrificio di vite, principalmente
a Montecassimo nella durissima battaglia contro i diavoli verdi, i paracadutisti tedeschi, nelle Marche e Romagna, al termine della seconda guerra mondiale solo una
piccola parte dei militari polacchi tornò in patria, gli altri scelsero la via
dell'esilio in vari paesi, tra cui l'Italia,
in quanto la Polonia era entrata nell'influenza sovietica. Il generale
polacco Władysław Anders, deceduto a Londra nel 1970, venne sepolto per
sua volontà nel cimitero di Montecassino,
accanto ai suoi soldati lì caduti e sepolti nell'omonima e sanguinosa battaglia.
La prima grande operazione a cui prese parte il corpo polacco fu la battaglia
di Montecassino. Nel 1944, il comando alleato , dopo ripetuti tentativi di
abbattere il fronte tedesco, decise di sferrare un decisivo
attacco al caposaldo del sistema difensivo tedesco lungo la linea Gustav.
I compiti più gravosi sul piano militare vennero affidati al 2o Corpo
Polacco. Nella battaglia di Monte Cassino i combattimenti furono molto cruenti
e lasciarono sul terreno molte vittime da entrambe le parti. Il 18 maggio 1944,
i tedeschi abbandonavano la linea Gustaw. Le perdite registrate dal 2o Corpo
nella battaglia di Montecassino furono consistenti: 923 caduti, 2031 feriti e
345 dispersi. Seguì un breve periodo di riposo che servì al 2o Corpo
per riorganizzarsi in vista di una ripresa dei combattimenti armati sul fronte
Adriatico. Le operazioni militari si preannunciavano tutt’altro che facili.
Sul fronte Adriatico, al Gen. Anders venne affidato il comando di una forza
congiunta, composta anche da due reggimenti di artiglieria inglese
e dal Corpo Italiano di Liberazione comandato dal Gen. Utili. Dopo
aver spezzato il fronte sul fiume Chienti, i soldati del Gen.
Anders riuscirono a liberare Ancona e Loreto dove i polacchi
salvarono anche la Santa Casa di Loreto da un incendio che la stava
distruggendo. Dopo un breve periodo di riposo, il 2o Corpo
Polacco fu impegnato in altre vittoriose battaglie in diverse località
dell’ Appennino Romagnolo, dopodichè si diresse verso Bologna. Alle 6 del
mattino del giorno 21 aprile 1945 la città di Bologna venne
definitivamente conquisata. La bandiera polacca sventolò per diversi giorni
sulla torre del municipio di Bologna, a testimonianza del ruolo avuto dal
2 o Corpo
Polacco nella liberazione della città. La vittoria per Bologna determinò
la fine delle operazioni militari. Di fatto, a seguito di questa
battaglia i tedeschi sospesero i combattimenti. La conquista
di Bologna costò al 2 o Corpo polacco la vita di 234 soldati e 1223
feriti.
In totale, nel corso della campagna italiana, 4.072 soldati del 2oCorpo Polacco persero la vita e 7035 rimasero feriti. Quattro sono i cimiteri che raccolgono i caduti polacchi nella campagna d’Italia.Il primo sorge a MONTECASSINO dove sono seppelliti (1.051 ne riporta l'elenco all'ingresso) del secondo corpo d'armata polacco ed è presente anche la tomba del generale Anders, morto nel 1970 a Londra, ma che secondo le sue volontà è qui sepolto con i suoi uomini . Altri 51 sono i corpi di soldati caduti nella battaglia di Montecassino sepolti in altri cimiteri della zona. Poco oltre l'ingresso, sulla sinistra, sorge il Museo Memoriale del secondo Corpo d'Armata Polacco, inaugurato il 17 maggio 2014, in occasione del 70º Anniversario della battaglia di Monteccassino, realizzato grazie all'iniziativa dell'"Associazione Generale dei Polacchi in Italia" in collaborazione con l'ambasciata di Polonia a Roma. Un iscrizione che si trova presso il cimitero di Montecassino recita „Hanno dato l’anima a Dio, il cuore alla Polonia ed il corpo alla terra italiana”. Il cimitero polacco è uno dei cinque cimiteri di guerra presenti nel cassinate, insieme a quello tedesco (nella frazione di Caira), italiano (a Mignano Monte Lungo), francese (a Venafro) e a quello del Commonwealth (a Cassino)
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| Cimitero militare Polacco di Loreto Fonte Piotr Markowicz |
| Cimitero Militare Polacco di Montecassino Fonte Kamila Kowalska |
| Cimitero Militare Polacco di Bologna – San Lazzaro di Savena Fonte Stanisława e Fausto Branchi |
| Cimitero Militare Polacco di Bologna – San Lazzaro di Savena |
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| Cimitero militare Polacco di Casamassima Fonte Gianluca Vernole |
Il quarto cimitero, si trova a CASAMASSIMA, nei pressi di Bari. Custodisce le tombe dei 429 soldati polacchi caduti nei combattimenti lungo la Linea Gustav sul fiume Sangro o deceduti nell'ospedale militare di Casamassima e in altri ospedali di Bari e di Napoli a seguito delle ferite riportate nelle diverse battaglie che, videro coinvolti i militati polacchi sul suolo italiano. Il cimitero ha una pianta rettangolare e non è diviso in settori interni. Questo significa che le tombe ortodosse, ebraiche e musulmane si trovano insieme a quelle cattoliche, a riprova del fatto che tra i soldati del 2º Corpo le differenze di religione non avevano importanza. Al centro si trova un altare con l'immagine della Madonna della Porta dell'Auroa di Vilnius e l'iscrizione in latino "NE VI IUS OPPRIMATUR FORTITER ET NOBILITER CECIDERUNT"„Sono morti per un’idea, per non permettere che la forza comandasse sulla legge”. Nel cimitero di Casamassima, oltre ai soldati del II Corpo, ci sono anche i corpi dei piloti caduti nel 1944 nel tentativo di lanciare rifornimenti, aiuti alimentari e sanitari sulla città di Varsavia. (la rivolta di Varsavia).
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| Cimitero militare Polacco di Casamassima Fonte Gianluca Vernole |
sabato 19 agosto 2017
19 AGOSTO 1940 TRUPPE ITALIANE OCCUPANO BERBERA CAPITALE DELLA SOMALIA BRITANNICA
La conquista italiana della Somalia Britannica (3 agosto 1940-19 agosto 1940) rappresenta l'unica operazione militare italiana vittoriosa nella seconda guerra mondiale senza alcun intervento da parte dell'alleato tedesco. È inoltre, insieme all'occupazione tedesca delle isole del Canale, l'unico caso di occupazione di territori britannici o soggetti alla corona britannica nel corso della guerra.
Dopo la dichiarazione di guerra i territori dell’AOI si trovarono praticamente isolati dalla madrepatria, senza nessuna possibilità di ricevere rinforzi o rifornimenti se non per via aerea, essendo sia il canale di Suez che lo stretto di Gibilterra saldamente in mano Britannica. Tra essi e la Libia vi era poi il Sudan, anch’esso in mano Britannica. Da un punto di vista geografico, L’Eritrea e la Somalia Italiana (i territori dell’AOI) confinavano a nord e ad ovest con il Sudan, a sud col Kenia, mentre ad est vi era l’oceano Indiano e il mar rosso tranne una striscia di territorio nel quale erano presenti le due colonie della Costa francese dei somali e del Somaliland Britannico. Le prime operazioni eseguite sono state le cosidette “rettifiche del fronte”, ossia operazioni aventi l’unico scopo di risparmiare uomini e mezzi per una migliore vigilanza delle frontiere. Vennero quindi attuate le operazioni che portarono all'occupazione di Cassala, Gallabat e Kurmuk nel Sudan e dopo alcune operazioni in Kenia (conquista di Moyale e della zona circostante), di passare all'offensiva contro la Somalia britannica, azione culminanti di questa serie di operazioni. Quest'azione avrebbe impedito un'azione britannica contro l'Harar italiano; avrebbe inoltre eliminato ogni contatto tra i francesi a Gibuti e i britannici e avrebbe anche notevolmente ridotto l'ampiezza del fronte da controllare, passando dagli oltre 1.100 chilometri di frontiera terrestre a circa 700 chilometri di frontiera marittima.
Fu cosi che il 27 luglio, il tutto venne deciso a Roma, dove intervennero motivi di ordine politico e propagandistico – serviva una vittoria, il Duce approvava – e quindi l’attaco alla Somalia Britannica fu ordinato per il 3 agosto.
Il Somaliland presenta un terreno desertico, impervio, vi erano solo due strade, all’infuori delle quali il terreno era impercorribile per i mezzi meccanizzati o corazzati che fossero. Consci del pericolo, il Comando Britannico del Medio Oriente aveva provveduto per tempo a rinforzare la guarnigione del Somaliland con l’invio di 3 Battaglioni indiani, lo schieramento difensivo assunto dal generale Austen, comandante del settore, era il seguente:
Truppe di copertura: 3 compagnie Corpo cammellato il famoso Camel Copr e 1 compagnia del reggimento Nord Rhodesia
Posizione di resistenza di Tug Argan (torrente Argan): da destra a sinistra:
destra – 3° battaglione del 15° regggimento Punjab (indiani);
centro – Reggimento nord Rhodesia meno 1 compagnia, 1 compagnia mitragliatrici, 1 compagnia corpo Cammellato e 1 batteria artiglieria
sinistra – 2° King’s african Rifles (fucilieri)
in riserva – 2° battaglione del reggimento Black Watch
Vi era inoltre il 1° battaglione del 2° reggimento Punjab che era sparso intorno a Berbera.
L’ammontare delle forze inglesi era di circa 11.000 uomini. L’appoggio aereo proveniva da Aden quindi era poco incisivo, impiegando troppo tempo ad arrivare sul posto quando necessario.
Da parte italiana si approntarono per l’operazione tre colonne, di cui quella centrale aveva il compito principale della conquista di Berbera. Il complesso delle forze italiane ammontava a 26 battaglioni (di cui solo 3 nazionali) e 21 batterie d’artiglieria, in totale 4.800 nazionali e circa 30.000 coloniali al comando del generale Nasi. Questo complesso di forze venne diviso in quattro colonne, ciascuno con un obiettivo iniziale qui descritto:
-colonna di destra (gen. Bertello): con obiettivo Oadueina, 1 Battaglione coloniale, 2 Battaglione di Dubat, 1 batteria di artiglieria cammellata.
-colonna centrale (gen. de Simone): con obiettivo Hargeisa, poteva contare sulla Divisione Harar, sulla XIII, XIV e XV Brigata coloniale, 1 compagnia carri M (12 M-11/39), 1 compagnia carri L (12 L-3/35), 1 squadrone autoblindo (Fiat 611), 1 batteria da 149/13;
-colonna di sinistra (gen. Bertoldi): con obiettivo la località costiera di Zeila con la LXX e la XVII Brigata coloniale;
-colonna costiera (gen. Passerone) con obiettivo la neutralizzazione di Gibuti con 1 Battaglione CC.NN., 1 Battaglione, unità miste;
A queste forze si aggiungeva la riserva, comprendente la II Brigata coloniale e comandata dal colonnello Lorenzini, che seguiva la colonna centrale.
Le unità italiane dovevano percorrere 270 Km di territorio desertico per arrivare a Berbera, presa la quale, negli intendimenti del comando Italiano, la campagna poteva dirsi conclusa.
Gli obiettivi iniziali vennero raggiunti nella giornata del 6 senza aver incontrato particolare resistenza, quindi la prima fase (3-6 agosto) dell’operazione, che prevedeva fra le altre cose il blocco della guarnigione francese di Gibuti si potè considerare conclusa.
Ebbe quindi inizio la seconda fase (7-15 agosto) che prevedeva lo sfondamento delle difese britanniche, imperniate sulle fortificazioni dell'Argan, la principale posizione difensiva britannica nella Somalia posta all'ingresso di Berbera.
Il Giorno 10 la colonna centrale entrò in contatto con le prime difese del tug Argan. L’attacco alla posizione ebbe inizio il giorno successivo impiegando 3 brigate di Fanteria, la XIV sulla sinistra, la XV sulla destra, mentre la II Brigata (passata dalla riserva alla colonna centrale) doveva svolgere un movimento aggirante e attaccare alle spalle. Ma il piano non ebbe esito positivo stante la forte resistenza incontrata e nonostante l’intervento dell’aviazione italiana. Il 13 si dovette avvicendare la XIV Brigata con la XIII. Tuttavia la pressione italiana si faceva sentire; le comunicazioni, la mancanza di riposo,uniti al fatto che il 14 agosto con una serie di colpi di mano furono occupati due fortini presidiati dalle truppe britanniche, convinsero il comandante delle forze inglesi, generale Godwin Austen a richiedere, giorno 15, il permesso per lo sgombero delle sue truppe, pena l’annientamento. L’autorizzazione gli venne concessa. Il pomeriggio di quello stesso giorno iniziò un nuovo attacco italiano, con un’accurata preparazione di artiglieria, contro il fortino n.1. L’azione stavolta ebbe successo, a seguire caddero anche gli altri fortini perni della difesa dell’Argan.
C’erano voluti 5 giorni di intensi combattimenti, ma la linea del tug Argan era caduta, ora bisognava sfruttare il successo; iniziava così la terza fase della campagna (17-19 agosto). Ma le difficoltà del terreno, unite alla resistenza della retroguardia britannica, non permisero di agganciare le truppe in ritirata, che poterono raggiungere la protezione delle loro navi da guerra ed imbarcarsi.
Il giorno 19 le truppe vittoriose occuparono Berbera capitale della Somalia Britannica.
Gli inglesi persero in tutto 260 uomini: 38 morti, 102 feriti e 120 dispersi. Le truppe italiane ebbero invece le seguenti perdite: 465 morti, 1.530 feriti e 34 dispersi per un totale di 2.029 uomini, dei quali 161 italiani e 1.868 ascari.
A queste cifre vanno aggiunte quelle delle tribù locali che appoggiarono i britannici contro gli italiani (ebbero circa 2.000 perdite) e quelle dei somali locali che invece lottarono dalla parte di questi ultimi (un migliaio di vittime).
Gli italiani raccolsero anche un discreto bottino di guerra consistente in 5 cannoni, 3 carri armati e 128 automezzi oltre a 5.400 fucili, 100 mitragliatrici e notevoli quantità di materiali abbandonati
Dopo la dichiarazione di guerra i territori dell’AOI si trovarono praticamente isolati dalla madrepatria, senza nessuna possibilità di ricevere rinforzi o rifornimenti se non per via aerea, essendo sia il canale di Suez che lo stretto di Gibilterra saldamente in mano Britannica. Tra essi e la Libia vi era poi il Sudan, anch’esso in mano Britannica. Da un punto di vista geografico, L’Eritrea e la Somalia Italiana (i territori dell’AOI) confinavano a nord e ad ovest con il Sudan, a sud col Kenia, mentre ad est vi era l’oceano Indiano e il mar rosso tranne una striscia di territorio nel quale erano presenti le due colonie della Costa francese dei somali e del Somaliland Britannico. Le prime operazioni eseguite sono state le cosidette “rettifiche del fronte”, ossia operazioni aventi l’unico scopo di risparmiare uomini e mezzi per una migliore vigilanza delle frontiere. Vennero quindi attuate le operazioni che portarono all'occupazione di Cassala, Gallabat e Kurmuk nel Sudan e dopo alcune operazioni in Kenia (conquista di Moyale e della zona circostante), di passare all'offensiva contro la Somalia britannica, azione culminanti di questa serie di operazioni. Quest'azione avrebbe impedito un'azione britannica contro l'Harar italiano; avrebbe inoltre eliminato ogni contatto tra i francesi a Gibuti e i britannici e avrebbe anche notevolmente ridotto l'ampiezza del fronte da controllare, passando dagli oltre 1.100 chilometri di frontiera terrestre a circa 700 chilometri di frontiera marittima.
Fu cosi che il 27 luglio, il tutto venne deciso a Roma, dove intervennero motivi di ordine politico e propagandistico – serviva una vittoria, il Duce approvava – e quindi l’attaco alla Somalia Britannica fu ordinato per il 3 agosto.
Il Somaliland presenta un terreno desertico, impervio, vi erano solo due strade, all’infuori delle quali il terreno era impercorribile per i mezzi meccanizzati o corazzati che fossero. Consci del pericolo, il Comando Britannico del Medio Oriente aveva provveduto per tempo a rinforzare la guarnigione del Somaliland con l’invio di 3 Battaglioni indiani, lo schieramento difensivo assunto dal generale Austen, comandante del settore, era il seguente:
Truppe di copertura: 3 compagnie Corpo cammellato il famoso Camel Copr e 1 compagnia del reggimento Nord Rhodesia
Posizione di resistenza di Tug Argan (torrente Argan): da destra a sinistra:
destra – 3° battaglione del 15° regggimento Punjab (indiani);
centro – Reggimento nord Rhodesia meno 1 compagnia, 1 compagnia mitragliatrici, 1 compagnia corpo Cammellato e 1 batteria artiglieria
sinistra – 2° King’s african Rifles (fucilieri)
in riserva – 2° battaglione del reggimento Black Watch
Vi era inoltre il 1° battaglione del 2° reggimento Punjab che era sparso intorno a Berbera.
L’ammontare delle forze inglesi era di circa 11.000 uomini. L’appoggio aereo proveniva da Aden quindi era poco incisivo, impiegando troppo tempo ad arrivare sul posto quando necessario.
Da parte italiana si approntarono per l’operazione tre colonne, di cui quella centrale aveva il compito principale della conquista di Berbera. Il complesso delle forze italiane ammontava a 26 battaglioni (di cui solo 3 nazionali) e 21 batterie d’artiglieria, in totale 4.800 nazionali e circa 30.000 coloniali al comando del generale Nasi. Questo complesso di forze venne diviso in quattro colonne, ciascuno con un obiettivo iniziale qui descritto:
-colonna di destra (gen. Bertello): con obiettivo Oadueina, 1 Battaglione coloniale, 2 Battaglione di Dubat, 1 batteria di artiglieria cammellata.
-colonna centrale (gen. de Simone): con obiettivo Hargeisa, poteva contare sulla Divisione Harar, sulla XIII, XIV e XV Brigata coloniale, 1 compagnia carri M (12 M-11/39), 1 compagnia carri L (12 L-3/35), 1 squadrone autoblindo (Fiat 611), 1 batteria da 149/13;
-colonna di sinistra (gen. Bertoldi): con obiettivo la località costiera di Zeila con la LXX e la XVII Brigata coloniale;
-colonna costiera (gen. Passerone) con obiettivo la neutralizzazione di Gibuti con 1 Battaglione CC.NN., 1 Battaglione, unità miste;
A queste forze si aggiungeva la riserva, comprendente la II Brigata coloniale e comandata dal colonnello Lorenzini, che seguiva la colonna centrale.
Le unità italiane dovevano percorrere 270 Km di territorio desertico per arrivare a Berbera, presa la quale, negli intendimenti del comando Italiano, la campagna poteva dirsi conclusa.
Gli obiettivi iniziali vennero raggiunti nella giornata del 6 senza aver incontrato particolare resistenza, quindi la prima fase (3-6 agosto) dell’operazione, che prevedeva fra le altre cose il blocco della guarnigione francese di Gibuti si potè considerare conclusa.
Ebbe quindi inizio la seconda fase (7-15 agosto) che prevedeva lo sfondamento delle difese britanniche, imperniate sulle fortificazioni dell'Argan, la principale posizione difensiva britannica nella Somalia posta all'ingresso di Berbera.
Il Giorno 10 la colonna centrale entrò in contatto con le prime difese del tug Argan. L’attacco alla posizione ebbe inizio il giorno successivo impiegando 3 brigate di Fanteria, la XIV sulla sinistra, la XV sulla destra, mentre la II Brigata (passata dalla riserva alla colonna centrale) doveva svolgere un movimento aggirante e attaccare alle spalle. Ma il piano non ebbe esito positivo stante la forte resistenza incontrata e nonostante l’intervento dell’aviazione italiana. Il 13 si dovette avvicendare la XIV Brigata con la XIII. Tuttavia la pressione italiana si faceva sentire; le comunicazioni, la mancanza di riposo,uniti al fatto che il 14 agosto con una serie di colpi di mano furono occupati due fortini presidiati dalle truppe britanniche, convinsero il comandante delle forze inglesi, generale Godwin Austen a richiedere, giorno 15, il permesso per lo sgombero delle sue truppe, pena l’annientamento. L’autorizzazione gli venne concessa. Il pomeriggio di quello stesso giorno iniziò un nuovo attacco italiano, con un’accurata preparazione di artiglieria, contro il fortino n.1. L’azione stavolta ebbe successo, a seguire caddero anche gli altri fortini perni della difesa dell’Argan.
C’erano voluti 5 giorni di intensi combattimenti, ma la linea del tug Argan era caduta, ora bisognava sfruttare il successo; iniziava così la terza fase della campagna (17-19 agosto). Ma le difficoltà del terreno, unite alla resistenza della retroguardia britannica, non permisero di agganciare le truppe in ritirata, che poterono raggiungere la protezione delle loro navi da guerra ed imbarcarsi.
Il giorno 19 le truppe vittoriose occuparono Berbera capitale della Somalia Britannica.
Gli inglesi persero in tutto 260 uomini: 38 morti, 102 feriti e 120 dispersi. Le truppe italiane ebbero invece le seguenti perdite: 465 morti, 1.530 feriti e 34 dispersi per un totale di 2.029 uomini, dei quali 161 italiani e 1.868 ascari.
A queste cifre vanno aggiunte quelle delle tribù locali che appoggiarono i britannici contro gli italiani (ebbero circa 2.000 perdite) e quelle dei somali locali che invece lottarono dalla parte di questi ultimi (un migliaio di vittime).
Gli italiani raccolsero anche un discreto bottino di guerra consistente in 5 cannoni, 3 carri armati e 128 automezzi oltre a 5.400 fucili, 100 mitragliatrici e notevoli quantità di materiali abbandonati
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| Insegna di Viceré dell'Africa Orientale Italiana |
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| La cartina geografica dell'Africa Orientale nel 1940 |
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| Il Popolo d'Italia annuncia la fine della campagna |
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| Il tricolore italiano viene issato a Berbera capitale dalla Somalia Britannica |
sabato 29 aprile 2017
IL FIAT CR 32
Impiegato principalmente dalla Aviazione Legionaria, durante la guerra civile spagnola, e dalla Regia Aeronautica, nel primo periodo della seconda guerra mondiale, venne adottato anche dalle aeronautiche cinese, ungherese, austriaca, venezuelana e paraguayana. Utilizzato durante la Guerra civile spagnola a sostegno dei Nazionalisti, in Spagna, si guadagnò presto la reputazione di uno dei più straordinari biplani di tutti i tempi. Nel Paese iberico fu anche prodotto su licenza e restò in servizio fino al 1953, vent'anni dopo il suo primo volo.
Il biplano Fiat su un immediato successo. I primi ordini furono assegnati nel marzo 1934 e l'anno dopo fu consegnato al 1º, 3º e 4º Stormo. L'aereo ebbe il suo battesimo del fuoco durante la Guerra civile spagnola nel 1936. Il 18 agosto di quell'anno arrivarono in Spagna i primi 12 C.R.32 "Freccia" che costituirono le squadriglie "Gamba di Ferro", "Cucaracha" e "Asso di Bastoni" del 3º Stormo. Già il 21 di quel mese i C.R.32 dell'Aviazione Legionaria abbattevano il primo aereo nemico, un Nieuport-Delage NiD-52, nel cielo di Cordova. La vittoria aerea era del tenente pilota, Vittorino Ceccherelli, Medaglia d'oro al valor militare, che troverà la morte proprio nei cieli di Spagna. In tutto, il governo italiano inviò in Spagna tra 365 e 405 C.R.32. Altri 127-131 furono forniti direttamente all'Aviación Nacional, l'aeronautica militare della fazione franchista, dei quali sei esemplari furono catturati dagli avversari repubblicani della Fuerzas Aéreas de la República Española. Uno di questi ultimo fu inviato in Unione Sovietica per valutazione.
Con l'agile C.R.32, gli italiani stabilirono immediatamente la loro supremazia sugli avversari, che potevano contare su un campionario eterogeneo di velivoli da caccia e da bombardamento di varia provenienza e di prestazioni diversissime.
Durante il secondo conflitto mondiale il CR 32 venne impiegaro in Africa Settentrionale ma fu in Africa Orientale il teatro operatico dove il C.R.32 ottenne i maggiori successi, nel corso della seconda guerra mondiale. Qui, le squadriglie 410ª e 411ª, che schieravano la metà dei caccia operativi nella colonia italiana, distrussero una notevole quantità di aerei della RAF e della South African Air Force. I loro avversari includevano Blenheim e Hawker Hurricane
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